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Milano, Rogoredo. Fermato l’assistente capo che ha sparato. Il caso che scuote la Polizia: «Saremo rigorosissimi»

A Milano la Procura ha disposto il fermo per omicidio volontario dell’assistente capo della Polizia di Stato Carmelo Cinturrino nell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri. Le indagini, coordinate dalla Procura e condotte da Squadra Mobile e Polizia Scientifica, hanno ricostruito una dinamica diversa da quella inizialmente riferita: secondo gli inquirenti, al momento in cui è stato colpito, Mansouri non impugnava alcuna arma. Secondo quanto riferito stammattina in conferenza stampa, la pistola è comparsa sulla scena in un momento successivo. Il fermo del poliziotto è stato eseguito questa mattina presto.

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Alla conferenza stampa di questa mattina in questura a Milano hanno partecipato il procuratore capo Marcello Viola che ha parlato di «indagine complessa» che «non si è conclusa» e ha assicurato che «non verrà lasciato indietro nulla di verificabile». Ha aggiunto che, nonostante le difficoltà, gli accertamenti sono stati effettuati «fino in fondo». Restano riservati gli approfondimenti anche su un possibile contesto legato anche a possibili pressioni nel contesto dello spaccio.

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Un commento necessario a chiarire la situazione ai lettori

Si tratta di una indagine difficile non perchè sia stato difficile ricostruire i fatti, ma perchè oltre che essere condotta “in casa”, cioè poliziotti che indagano su un collega, si inserisce in un contesto segnato da anni di tensione legata allo spaccio nei boschetti di Rogoredo, un fenomeno che ha generato nel tempo reazioni contrastanti: dalla richiesta di interventi sempre più incisivi, per risolvere il problema, alla rassegnazione dei residenti che porta a cinismo e stanchezza, segni di un disagio sedimentato che va oltre il singolo episodio.

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Un posto dove le dinamiche fra forze dell’ordine e spacciatori possono entrare e uscire da logiche di raccolta di informazioni sul campo, di operazioni in borghese, oltre che da quelle di ordine e salute pubblica. Un luogo dove chi deve compiere operazioni di contrasto allo spaccio corre forti rischi a causa della resistenza di possibili spacciatori che presidiano le zone di spaccio, ma anche per la tensione molto alta cui sono sottoposti.

👮‍♂️ La linea della Questura: «Trasparenza e nessuno sconto»

In conferenza stampa il questore Bruno Megale ha rivendicato una posizione netta: «Il nostro compito è essere assolutamente trasparenti» e «ci assumiamo le nostre responsabilità quando sbagliamo». Ha parlato di rigore massimo: «Saremo rigorosi, rigorosissimi». Megale ha annunciato l’avvio di un’attività ispettiva interna «per verificare eventuali errori» e ha sottolineato che «siamo in grado di contrastare le mele marce nelle nostre file». «Non dobbiamo fare sconti a nessuno: ne va del buon nome della Polizia», ha aggiunto, evidenziando che «la fiducia dei cittadini nasce anche dalla nostra capacità di essere autocritici». Ha ringraziato quindi la Procura per la fiducia e i collaboratori per il lavoro svolto, senza entrare nei dettagli tecnici dell’inchiesta.

👮‍♂️ Le anomalie sulla scena e la pistola nella valigetta

Il pubblico minnistero Giovanni Tarzia ha spiegato che «immediatamente dopo il fatto sono emersi alcuni dettagli che non apparivano coerenti con quanto raccontato dagli operatori». L’analisi dei filmati e gli accertamenti tecnico-scientifici hanno segnato «una prima svolta nelle indagini». È però un testimone che era sul posto che ha fornito una versione piú coerente con i rilievi rispetto a quella fornita dai poliziotti. Una serie di particolari riferiti e verificati lo hanno reso credibile.

Gli investigatori hanno verificato sul posto la verosimiglianza dei racconti, ricostruendo la dinamica «sulla base di riscontri e ulteriori prove». Tra gli elementi ritenuti decisivi, l’assenza di impronte digitali e tracce biologiche che dimostrassero che la pistola fosse stata impugnata dal Mansouri nel momento in cui è stata colpita. Sulla pistola c’erano invece le tracce biologiche riconducibili all’ispettore capo.

Il capo della Squadra Mobile Alfonso Iadevaia ha riferito che nel primo racconto Cinturrino avrebbe parlato di un’intimazione dell’alt. Secondo la procura non era stato cosí. Mansouri, uscendo dal boschetto aveva tirato un sasso verso la polizia, ad una distanza di 30 metri circa, e poi si era allontanato verso il boschetto. Secondo la ricostruzione degli inquirenti in quel momento Cinturrino avrebbe estratto l’arma d’ordinanza e sparato verso il punto in cui si trovava Mansouri.

I 20 minuti seguenti sono ancora oggetto di indagine. Sempre in conferenza stampa è stato detto che l’assistente capo avrebbe dato ordine ad un sottoposto di andare in commissariato a prendere una valigetta e di portarla sul posto. Nella valigetta c’era la pistola a salve. Gli altri poliziotti presenti non avrebbero saputo nulla dell’arma, e ne sono venuti a conoscenza solo successivamente. Gli inquirenti sanno quindi la pistola è arrivata a Rogoredo, ma resta da chiarire provenienza.

Il fermo e le perquisizioni

Cinturrino è stato fermato in mattinata nel parcheggio del commissariato, mentre si recava al lavoro. In queste settimane svolgeva attività non operative e senza arma in dotazione. Contestualmente è stata eseguita una perquisizione nell’abitazione della compagna, che abita al Corvetto. L’indagine prosegue. Come previsto dalla legge, l’indagato è presunto innocente fino a sentenza definitiva.

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Ilaria Maria Preti

Giornalista, metà Milanese e metà Mantovana. Ho iniziato giovanissima come cronista, critica gastronomica e politica. Per anni a Tvci, una delle prime televisioni private, appartengo alla storia della televisione quasi nella stessa linea temporale dei tirannosauri. Dal 2000 al 2019 speaker radiofonica di Radio Padania. Ora dirigo, scrivo e collaboro con diverse testate giornalistiche, coordino portali di informazione, sono una Web and Seo Specialist e una consulente di Sharing Economy. Il futuro è mio

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