La sedia rubata…
C’è un cortocircuito silenzioso che attraversa la nostra società. Se un tempo i passaggi generazionali erano segnati da confini netti — l’infanzia, l’esplorazione giovanile e infine l’ingresso formale nell’età adulta — oggi assistiamo a una sorta di appiattimento generazionale. La domanda sorge spontanea: dove sono finiti i veri adulti e perché molti di loro sembrano aver ceduto il passo a un’adolescenza infinita? Una possibile chiave di lettura si trova in quello che psicologi e sociologi descrivono come il fenomeno dell’adolescenza protratta, spesso riassunto nella celebre espressione divulgativa “sindrome di Peter Pan”. Si tratta di una definizione entrata nel linguaggio comune, ma non di una diagnosi clinica riconosciuta o inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali.
Il grande scambio: adulti con la felpa e giovani senza certezze
Il paradosso moderno è evidente. Da un lato ci sono adulti di 35, 40 e persino 50 anni che faticano a dismettere i panni del ragazzo. Si tratta di persone che rimandano le scelte cruciali — la casa, la famiglia, l’indipendenza emotiva dai genitori — e adottano stili di vita, consumi e modalità relazionali tipici di un’adolescenza protratta. Dall’altro lato ci sono i nostri veri giovani. Ragazzi anagrafici che si trovano a vivere in un limbo. Disorientati da figure adulte che non offrono più un modello di stabilità a cui aspirare o contro cui ribellarsi, i giovani finiscono per occupare “il loro posto” in modo distorto. Diventano precoci gestori di ansie sistemiche, iper-responsabilizzati sul futuro del pianeta o sulle prestazioni scolastiche, ma privati della guida autorevole di chi è venuto prima di loro.
Le caratteristiche attribuite alla sindrome
Lo psicologo Dan Kiley, nel libro “The Peter Pan Syndrome”, descrive Peter Pan come intrappolato “tra l’uomo che non voleva diventare e il bambino che non poteva più essere”. Secondo questa interpretazione, la resistenza a crescere può manifestarsi attraverso alcune dinamiche ricorrenti. La prima è la fuga dalle decisioni stabili: il lavoro, le relazioni e i progetti a lungo termine vengono vissuti come gabbie anziché come traguardi. Seguono la rigidità emotiva e il narcisismo, con la tendenza a mettere i propri bisogni immediati e la propria gratificazione davanti a tutto. C’è poi l’alibi della precarietà. Le oggettive difficoltà economiche del nostro tempo possono trasformarsi, in alcuni casi, nella giustificazione per non compiere quel salto psicologico verso l’autonomia. È però necessario distinguere tra la rinuncia alle responsabilità e gli ostacoli economici, abitativi e lavorativi che impediscono concretamente a molti giovani e adulti di costruire una vita indipendente.
Ritrovare i ruoli per sbloccare il futuro
Quando gli adulti si comportano da ragazzi, tolgono ai ragazzi il diritto di esserlo. Il rischio più grande di questo scenario è la scomparsa del futuro come progetto comune. La società rischia di arenarsi in un presente continuo, dove nessuno si assume l’onere di guidare. Per uscire da questa impasse è necessario che l’età adulta torni a essere valorizzata non come una noiosa imposizione di regole e doveri, ma come uno spazio di autentica libertà, potere decisionale e capacità di cura verso le nuove generazioni. Solo quando gli adulti torneranno a fare gli adulti, i giovani potranno finalmente trovare la loro strada senza dover ereditare i compiti lasciati a metà da chi li ha preceduti.

Ogni lunedì, all’interno della mia rubrica per il giornale CO Ossona, curerò uno spazio dedicato alla cronaca locale, osservando da vicino la vita del nostro piccolo comune con un punto di vista squisitamente femminile. Con l’appuntamento di ieri si apre il primo ciclo tematico, interamente dedicato ai giovani.