Magenta. Da qui partivano le “anatre” che pagavano 100mila euro per andare uccidere i bambini di Sarajevo, Mostar e di altre località della Bosnia
La denuncia su Safari Sarajevo, e che riguarda anche Magenta, è stata presentata alla procura della repubblica di Milano lo scorso luglio, dal giornalista Ezio Gavazzeni, ma non è nuova. Se ne parla, di tanto in tanto, da anni anche in chiave del processo internazionale per crimini di guerra in cui alcuni militari serbi erano imputati. Crimini avvenuti durante le guerre di indipendenza delle nazioni dell’est Europa, in seguito alla dissoluzione della ex Jugoslavia.
Sono passati più di 30 anni ma la giustizia, per i più di 11mila morti di Sarajevo, è ancora lontana. Non sono cose che non si sapevano ma ora la procura di Milano tenterà di dare un nome ai ricchi cecchini che pagavano per andare a sparare alle persone, ai civili alle donne e ai bambini, che erano nelle città assediate. Un omicidio è un omicidio e non cade in prescrizione, quello che proprio non ci si aspettava di leggere era che Magenta fosse un centro di raccolta e di partenza di questi psicopatici dal portafoglio così fornito.
Se si ipotizza che a quelle orribili spedizioni hanno partecipato circa 200 italiani, nella realtà dei fatti pare che quelli identificabili siano 5. I nomi? Tutti vorremmo saperli, ma non sono stati resi noti. 2 giorni fa una riunione in procura tra il Capo procuratore Marcello Viola e i Ros dei carabinieri. Poi sui giornali sono trapelati alcuni particolari. Tra questi, i fatti che coinvolgono Magenta.
Cosa abbiamo letto suoi giornali
Come riporta anche East journal, tra il 1992 e il 1994, una volta al mese, da Magenta, partivano pullman che ufficialmente trasportavano aiuti umanitari diretti verso i Balcani. Coperte, cibo, medicinali: questo era ciò che chiunque poteva vedere caricare a bordo. Erano spedizioni conosciute. Molte persone hanno partecipato alla raccolta e hanno accompagnato quei pulmini fino a destinazione. Però fra quelle spedizioni di pace e di sostegno umanitario, ce ne erano alcune che non lo erano. E’ quanto emerge dagli esposti depositati alla Procura della Repubblica di Milano. Fra i pulmini dei volontari si nascondeva un’altra attività, completamente diversa, che avrebbe portato in Bosnia persone che nulla avevano a che fare con il volontariato.
Italiani, con possibilità economiche elevate, che raggiungevano Sarajevo e, secondo alcune testimonianze, anche Mostar e altre città della Bosnia, accompagnati da militari serbi, per sparare ai civili bosniaci durante la guerra e gli assedi. Un terricante fenomeno che in questi mesi sta riaffiorando grazie al lavoro di ricostruzione avviato da Ezio Gavazzeni e ora all’attenzione del pm Alessandro Gobbis. Non ci sono indagati formali, non ci sono nomi ufficiali, ma i documenti raccolti in Bosnia, le testimonianze di militari locali, e perfino una deposizione resa nel 2007 al Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia, delineano uno scenario che per anni è rimasto sottotraccia.
Le spedizioni: Magenta, poi Trieste e dall’Italia a Belgrado, poi verso Sarajevo e Mostar
Secondo le fonti, il percorso seguiva uno schema ripetuto: partenza mensile da Magenta, con mezzi che si presentavano come carichi umanitari; trasferimento verso Trieste, dove operava una filiale della compagnia aerea charter serba ; volo fino a Belgrado; spostamento tramite elicotteri o veicoli verso Sarajevo e, in alcuni casi, Mostar. Lì, nelle postazioni già predisposte dalle forze serbo-bosniache, i partecipanti potevano sparare contro la popolazione civile nei quartieri rimasti sotto assedio. L’esposto parla di veri e propri “pacchetti” acquistati per poche ore di tiro al bersaglio, con un tariffario che variava in base al tipo di vittima.
Un racconto che trova corrispondenza anche nella testimonianza del pompiere americano John Jordan, sul posto per organizzare gli aiuti umanitari, che descrive questi “turisti armati” come “anatre”: persone che non erano soldati, non seguivano alcuna disciplina, non avevano nè fisico nè addestramento, usavano fucili da caccia, invece di quelli di fattura sovietica che erano comuni in quella guerra, e non avevano alcun ruolo militare. Jordan lo specifica chiaramente: “Avevano vestiti militari, ma non erano soldati. Erano anatre.”
Non giocavano alla guerra: il profilo degli uomini coinvolti
Dalle fonti emerge un profilo ricorrente. Erano civili facoltosi, spesso uomini di mezza età, con passioni legate alla caccia e alle armi. Non erano combattenti, non erano fisicamente in forma, non facevano parte di reparti regolari, non erano arruolati in alcuna forza armata. Li si riconosceva perchè erano portati a spasso fra le macerie da soldati serbi, come se fossero gruppi di anatre. Le testimonianze li descrivono come clienti abituali di safari in Africa o di riserve di caccia in Europa orientale, persone abituate a pagare per un brivido controllato, che li tenesse però al sicuro.
Nel contesto della guerra in Bosnia, quel brivido diventava qualcosa di completamente diverso: venivano condotti su postazioni da cui potevano colpire donne, bambini, anziani passanti, individuati a caso nei quartieri della città. Gente in fila per avere le provviste, o che attraversavano una piazza. Lo scopo non era militare. Non rientrava nelle logiche del conflitto. Era intrattenimento. Un crudele, feroce intrattenimento. Una ricerca di adrenalina in un contesto dove la vita dei civili sotto assedio era già costantemente a rischio.
Alcune fonti parlano di imprenditori, professionisti, perfino figure considerate “rispettabili” nella vita italiana dell’epoca. In un caso, viene citato il titolare di una clinica estetica milanese. In altri, persone considerate appartenenti all’élite locale, politicamente influenti o comunque ben inserite nella società dell’Italia del Nord. Un fenomeno più esteso di quanto si pensi. Da quanto si è capito da ciò che è trapelato dagli atti presentati in procura almeno 5 di queste persone sono state individuate, ma gli italiani che hanno partecipato a ciò che oggi è chiamato cinicamente ” Safari Sarajevo” potrebbero essere circa 200.
La prima ondata di attenzione mediatica si è concentrata su Sarajevo
Dagli ultimi articoli e dalle dichiarazioni dei testimoni emergono tracce del fenomeno anche su altri fronti, dove la configurazione del territorio offriva postazioni simili a quelle della capitale. Durante un conflitto le postazioni dei cecchini sono generalmente conosciute anche a chi è sotto assedio. Gli investigatori ritengono possibile che i tragitti organizzati dall’Italia avessero diversi punti di destinazione nei Balcani, sfruttando l’assenza di controlli e le reti logistiche parallele della guerra.
L’indagine aperta La Procura di Milano sta valutando i materiali ricevuti: testimonianze bosniache, documenti raccolti dal giornalista Ezio Gavezzani, memorie di guerra, articoli coevi e ricostruzioni più recenti. Ci sono probabilmente anche dei documenti del Sismi, il servizio segreto italiano dell’epoca. Il fascicolo è aperto per “omicidio plurimo aggravato da crudeltà e motivi abietti”. Non ci sono nomi depositati, da quel che sappiamo adesso, e non ci sono ancora arresti. Quindi la domanda rimane aperta: chi erano o le “anatre” partite dall’Italia? E anche, ed è ciò che è più importante: a Magenta abbiamo dei vicini di casa psicopatici che considerano divertente uccidere dei bambini e per farlo hanno pagato le autorità serbe dell’epoca?

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