I racconti di Davide TrentarossiCasorezzoMagazineMilano città metropolitanaStoria e Cultura

La volta che Peter Pan atterrò a Casorezzo

La prima volta che ho incontrato Peter Pan avevo dodici o tredici anni e mi venne a trovare proprio nel paesino del milanese dove all’epoca abitavo. Ci venne sotto mentite spoglie, quella volta. Da qualche tempo stavo mettendo da parte i soldi delle mance perché volevo comprarmi delle musicassette… sì, a quel tempo si usavano ancora le musicassette. Internet, Apple Music, YouTube & Co. erano ben lungi dal venire e il mio appuntamento con la musica era la Hit Parade, il sabato pomeriggio, da ascoltare con una vecchia radio AM/FM di mio nonno. Non avevo un cantante preferito, amavo ascoltare un po’ di tutto.

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la scala Rho b&b

Avevo passato le ultime settimane a metter via i soldi per comprare la mia prima musicassetta, ma non avevo ancora deciso cosa comprare. Così, preso il malloppo e inforcata la mia bicicletta, vado nel negozietto del paese che vendeva un po’ di tutto, dai piccoli elettrodomestici ai dischi e alle musicassette appunto. Come vi dicevo, non sapevo bene cosa avrei comprato. Entrai quindi in negozio e mi feci dare dal negoziante la scatola in cui teneva in bell’ordine una serie di cassette musicali.

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Ricordo ancora con precisione che non dovetti scegliere, vedevo solo una cassetta in mezzo a tutte le altre: era lei che aveva scelto me. La prima musicassetta che ho acquistato fu “Sono Solo Canzonette“, di Edoardo Bennato, l’album ispirato appunto alla storia di Peter Pan. Un disco fantastico: conteneva le indicazioni per il luogo più bello del mondo: “Seconda stella a destra, questo è il cammino…”

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Peter Pan era ufficialmente atterrato fra le nebbie di questo paesino, 4000 anime all’epoca, della provincia ovest di Milano, rifugio di molti milanesi che lasciavano la città per vivere in un luogo più a dimensione umana. La ragione per la quale mi colpì Peter Pan era il fatto che sapesse volare. Non mi interessava il fatto che fosse un bambino che non voleva crescere (che volete che ne sappia un ragazzino di dodici anni della Sindrome di Peter Pan) e non mi interessava nemmeno di Capitan Uncino. Quello che mi interessava era che Peter Pan sapeva volare, o meglio, per lui volare era la cosa più naturale di questo mondo.

Forse è anche per questo motivo che spesso facevo sogni in cui mi bastava muovere le braccia a mo’ di ali e librarmi in volo… Non ditelo ad alta voce, ma faccio ancora oggi questi sogni, nonostante sia passata una vita da quei giorni. L’Isola che non c’è, o Neverland, come si chiama nella versione inglese originale, è sempre stato un luogo che per me esisteva nella realtà. Non solo, ma non riuscivo a vederci nulla di particolarmente strano in questo.

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Gli anni passarono e quel ragazzino che aveva scoperto Peter Pan fra le note di un disco iniziò a crescere. Faceva sempre quei sogni in cui gli bastava sbattere le ali per volare sopra fiumi, campi, montagne e foreste, ma Neverland si allontanava. Oramai, la sola presenza di quel luogo la ritrovava nei nomi che dava a qualche rete wifi che installava, o come password di qualche account. Singolare come, quando venni a conoscenza di quel luogo, le parole account, password, username, wifi, rete, e altre che hanno accompagnato la mia vita non erano ancora state inventate, o per lo meno non avevano l’accezione che hanno oggi.

Peter Pan – 2024

Neverland si era allontanata dalla mia vita. Fino a pochi giorni fa! Era la notte tra sabato e domenica scorsa, quasi mattina per la precisione, quando mi svegliai improvvisamente da un sogno. Ero tornato ai tempi del liceo, ma i nuovi “compagni di scuola” erano le persone che ho conosciuto negli ultimi anni: colleghi di lavoro, amici, persone che ho incontrato… L’argomento della lezione era veramente intrigante: “Applicare la teoria della diffusione dell’innovazione di Rogers alla storia di Peter Pan“.

Giusto per fornire un contesto, tale teoria ci offre una lente attraverso cui osservare e comprendere meglio come e perché alcune idee o prodotti riescano a decollare mentre altre, invece, fatichino a guadagnare trazione. Per far questo, la teoria introduce cinque tipologie di attori:

  • gli “innovatori“: quelli che ad ogni costo vogliono essere i primi a sperimentare la nuova idea o il nuovo prodotto; sono sempre una piccola percentuale della popolazione;
  • gli “early adopters“: gruppo leggermente più ampio rispetto agli innovatori, ma con un potere persuasivo decisamente superiore; potremmo rappresentarli come gli influencers;
  • la “prima maggioranza“: costituiscono una buona fetta di popolazione e adottano la nuova idea/prodotto solo dopo che sta iniziando a diffondersi;
  • l'”ultima maggioranza“: scettici, restii al cambiamento; adottano la novità solo nel momento in cui questa è diventata il nuovo standard;
  • i “ritardatari“: detti anche tradizionalisti, sono anch’essi una piccola parte della popolazione e ritengono sempre che la novità non sarà mai all’altezza di ciò che si propone di sostituire.

Chiunque non si trovasse in un sogno avrebbe iniziato quantomeno a chiedersi “e che c’entra Peter Pan con questa teoria?“. Ed è stato anche quello che mi son chiesto io la mattina successiva, al mio, definitivo, risveglio. Già, che c’entra? La domanda che più mi frullava per la testa, però, era un’altra: perché fra tutti i sogni che io abbia mai fatto, uno incentrato su un’idea così apparentemente bislacca mi fosse rimasto ben impresso nella mente. Di solito, al risveglio, il sogno è un vaghissimo ricordo di cui, a mala pena, riesco a rammentare l’argomento. Questo no, lo ricordavo benissimo.

Ricordavo ad esempio le discussioni infinite con chi sosteneva che Wendy, l’amica di Peter, fosse una early adopters. Secondo me Wendy era, invece, il classico esempio di quelle figure che anni dopo la pubblicazione di questa storia, Guy Kawasaki definirà “Brand Evangelist“: quelle persone che credono nel tuo prodotto e nelle tue idee tanto quanto ci credi tu, per cui la tua causa diviene la loro causa. Più ci pensavo e più ne ero convinto: come quarant’anni fa fu Peter Pan a farmi scegliere quel disco, anche oggi è stato proprio lui a farmi sognare questo sogno e, soprattutto, a farmelo ricordare.

Ne sono sempre più convinto e il motivo sta iniziando a dipanarsi davanti ai miei occhi. Da quel giorno in cui Peter Pan mi fece scegliere quel disco ho ascoltato, scaricato, cantato, tradotto e analizzato tonnellate di musica, citandone versi ogni qualvolta ne avessi l’occasione. Le canzoni di quel disco non le ascolto quasi mai, ma le potrei citare a memoria. E’ come se quei versi si fossero impressi in qualche registro della mia memoria, mi verrebbe da dire nel BIOS della mia mente, per venire a galla ogni volta che fosse necessario ricordare la via giusta:

seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto, fino al mattino, poi la strada la trovi da te, porta all’isola che non c’è“.

La mia vita è cambiata, ovviamente, da quando ero quel ragazzino di dodici anni, ma l’importanza di non dimenticare che ci fosse una via verso Neverland, l’isola che non c’è, è sempre stata chiara. Ora, è un po’ come se Peter Pan fosse ritornato da me per dirmi che va bene ricordarlo, ma ogni tanto forse sarebbe il caso di armarsi di coraggio e imboccare quella strada!

Nota della redazione
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Davide Trentarossi

Nato a Milano, l’8 maggio… di qualche anno fa, ma cresciuto in provincia. Ho scoperto molto tardi la passione per la scrittura. Sono laureato in Ingegneria Informatica. Amo viaggiare, e questo mi ha portato a lavorare in giro per il mondo. Molti aeroporti sono stati il mio “Second Office”. Dall’Australia al Sud America, da Mosca a Miami, oltre all’Europa. Amo viaggiare leggero: nel mio trolley il computer su cui appuntare le idee per un nuovo libro, l’inseparabile smartphone, per restare connesso al resto del mondo e un paio di cuffie per ascoltare la musica, un’altra grande passione. Visita la mia pagina su Amazon: https://www.amazon.it/Davide-Trentarossi/e/B081QT913W/

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