I racconti di Davide TrentarossiMagazineStoria e Cultura

La Stazione

Prima di lasciarvi al mio racconto per questa estate, vorrei approfittarne per fare un piccolo annuncio personale. Un paio di settimane fa, sabato 15 luglio, è uscito su Amazon il mio ultimo libro: Le Avventure di Colibrì. E’ disponibile come e-book al prezzo di lancio di 2,99 Euro, oppure in versione cartacea con copertina rigida. Se avete, infine, Kindle Unlimited lo potete leggere gratuitamente. Il volume non è una semplice raccolta dei vecchi racconti già pubblicati.

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Contiene infatti anche alcuni contenuti extra, come la mappa del mondo di Colibrì, un capitolo finale dedicato al “making of” del libro, in cui vi racconto un po’ da dove nasce ogni storia; ma soprattutto c’è un racconto nuovo, inedito: Il Colibrì e il Menestrello. Sono onorato, infine, del fatto che Massimo Priviero abbia avuto la bontà di scriverne la prefazione: è davvero molto bella e merita di essere letta, ve la consiglio. Vi lascio qui il link alla pagina su Amazon dove potrete trovare il libro. Detto questo, veniamo a noi e al mio racconto per l’estate: La Stazione.

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Il prolungato e acuto fischio del treno mi risvegliò dal torpore in cui mi sentivo immerso. Aprii gli occhi, guardandomi intorno, spaesato. Il treno correva veloce lungo i binari. Alla sua destra alcuni campi lasciati incolti, separavano il suo percorso dalle montagne. Alla sua sinistra, invece, in lontananza, si poteva scorgere il mare. Tutt’intorno. non si vedevano case, villaggi né presenza umana alcuna. La mia carrozza era discretamente affollata. Tutti gli scomparti, sia da due che da quattro posti, erano occupati, ma tutti da una sola persona. E nessuno scomparto era rimasto libero.

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Io ne occupavo uno da quattro ed ero, pure io, solo. Un’altra stranezza che colsi subito fu il fatto che nessuno dei miei compagni di viaggio avesse in mano, un libro, un giornale da leggere… nemmeno uno smartphone. Ognuno sembrava assorto nei suoi pensieri… pensieri non particolarmente gioiosi, almeno a giudicare dalle loro espressioni. La cosa più strana di tutte però era che io non ricordavo minimamente di aver preso quel treno e non avevo la benché minima idea di dove fossi diretto.

Era trascorso già qualche minuto da quando quel fischio mi aveva risvegliato dal mio torpore e ancora non ero riuscito a trovare una risposta alle mie domande. Nello scomparto accanto a me, una giovane donna aveva notato la mia inquietudine e i nostri sguardi si erano incrociati per un istante. Presi coraggio e domandai: “Mi perdoni, dove è diretto questo treno?“. Rimase a fissarmi in silenzio per alcuni, interminabili, secondi, poi abbassò gli occhi e rientrò nel mondo dei suoi pensieri.

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Sempre più spaesato e a disagio, mi alzai e iniziai a muovermi tra i diversi scomparti della mia carrozza, facendo sempre la stessa domanda. La reazione dei più era simile a quella della giovane donna che mi viaggiava accanto. Altri invece, mi davano una risposta per certi versi ovvia, ma che, in quel frangente, suonava alquanto sibillina: “Stiamo andando verso la stazione finale del viaggio“.

L’ansia iniziava a salire, quando una voce mi richiamò: “Davide, stai disturbando questi signori. Torna qui a sederti, per favore.“. Chi mi stava chiamando? Un bambino, avrà avuto otto o dieci anni all’incirca, stava seduto nel mio scompartimento. E questo ragazzino da dove era saltato fuori? In questo momento non avevo più alcuna certezza, ma che seduto nel mio stesso scompartimento non ci fosse nessuno, prima che io mi alzassi, non era affatto in discussione. Da dove era saltato fuori questo ragazzino? Che ci faceva lì e, cosa ancora più importante, come sapeva il mio nome?

Tornai al mio posto molto lentamente cercando nelle stanze più remote della mia memoria un qualche ricordo di quel bambino, ma nulla. “E tu chi sei?“, chiesi non appena giunsi di fronte a lui. “Siediti, Davide, ti prego. E abbassa la voce.“. MI guardai intorno e seppure non scorgessi segni di disapprovazione nei volti dei miei compagni di viaggio, decisi che non fosse il caso di fare “piazzate“; così mi accomodai e regolai il volume della mia voce. Ma quel ragazzino mi doveva delle spiegazioni.

Dunque, vuoi dirmi chi sei e come fai a conoscermi? Ci siamo già incontrati in un altro luogo? Proprio non mi ricordo di te…” Mi sforzai di calmarmi e, a mano a mano che le parole mi uscivano dalla bocca, sentivo il mio respiro farsi sempre più regolare. Non so spiegare come, ma quel bambino aveva un potere tranquillizzante che non avevo mai visto in nessun altro prima d’allora.

Chi sono io, non è certo importante. Tu sei importante oggi. Veramente non sai dove siamo diretti?“. Non ricordavo di aver preso quel treno, figuriamoci se ne potevo conoscere la destinazione. Ripetevo dentro di me la risposta che mi ero sentito dire: “siamo diretti verso la stazione finale di questo viaggio“; bella scoperta… ogni viaggio è diretto verso la sua stazione finale!

In realtà, non era così banale la loro risposta.“, si intromise il ragazzino, come se mi avesse letto nel pensiero. Lo guardai con uno sguardo, se possibile, ancor più interrogativo di quello che avevo quando lo avevo visto, mentre mi stava chiamando poco prima. Non capivo. “Forse, più semplicemente, non vuoi capire. Mi rendo conto che la situazione possa essere abbastanza destabilizzante, ma non devi temere.“. Tutto in quel frangente suggeriva di lasciarsi andare al panico, eppure quel ragazzino aveva un potere rassicurante che mi induceva a mantenere la calma.

Calma significa lucidità. Forza Davide pensa, hai una mente razionale, usala! Parti dall’ultimo ricordo che hai: cosa stavi facendo? Pensai, pensai e pensai ancora. Mi tornò alla mente la sera prima, a cena. Era stata una serata molto piacevole, con la famiglia. A tavola, il racconto delle proprie giornate, con i loro alti e i loro bassi. Un dolce condiviso insieme, senza una ragione particolare: solo per il piacere di stare insieme. Dopo cena, due passi in riva al mare e due chiacchiere seduti al porticciolo guardando le barche ormeggiate. Una bella serata, davvero. Ricordavo poi di essere rincasato e di essere andato a dormire… non era nemmeno tanto tardi… ah ecco…svelato il mistero, sono in un sogno!

Non stai sognando, Davide. Tutto questo è reale!“. La voce di quel bambino risuonò sopra al cigolio delle ruote che correvano sui binari. Finalmente prese a spiegarmi. “Dovrebbe essere facile comprendere dove stiamo andando. Quante volte hai usato anche tu il treno come metafora della vita?“. Mio Dio, esclamai dentro di me. Come può una creatura così angelica esser portatrice di una verità così dura?

Quindi“, iniziai timidamente a scandire le parole del mio pensiero, ma lui mi precedette. “Si, stiamo andando verso la tua ultima stazione“. Strano, ma, al posto di infastidirmi, il suo leggermi nel pensiero e completare queste insopportabili verità aveva un effetto che definirei terapeutico. Ma la verità era dura da digerire!

I pensieri giravano a mille all’ora nel mio cervello. Non poteva essere! Ero ancora così giovane… lo ero, vero? mi trovai a domandarmi. Poi mi guardai in giro: fra i miei compagni di viaggio, c’era gente anche più giovane: prima, avevo addirittura visto un bimbo molto piccolo. No, la scusa dell’età non regge, non mi porta da nessuna parte. Eppure, sentivo che non era proprio il mio momento: ne ero certo!

Ripresi dunque a pensare: per quale motivo non dovrei trovarmi su questo treno, perché veramente io non ci devo stare: non è il mio momento. DI cosa si può morire? Incidente? Beh, non era quello il mio caso. Ricordavo benissimo di essere andato a letto regolarmente ieri sera, quindi l’ipotesi dell’incidente va scartata. SI può morire di malattia, ma anche qui mi sentivo abbastanza, per così dire, con le spalle coperte. Ero… SONO in salute, sono anni che non mi ammalo, anche gli ultimi controlli erano tutti perfetti. No, non poteva essere, anche la malattia non era la ragione.

Nel mentre che la mia mente formulava questi pensieri, una lampadina si accese all’improvviso: perché il ragazzino si è zittito e non mi legge più nella mente? Volsi lo sguardo verso di lui. I suoi occhi non mentivano: lo sta facendo ancora, mi sta continuando a leggere nella mente. Ma, se non mi interrompe… allora significa che sono sulla strada corretta. Colsi un sorriso, impercettibile, ma reale, sulle sue labbra. Quindi, è vero! Non dovrei essere qui… o meglio, potrebbe esistere una ragione per cui io non dovrei trovarmi a bordo di questo treno. Non saprei come spiegarlo, ma i suoi occhi lo stavano confermando.

Pensa, Davide, pensa! Qual è questa ragione? Per quale arcano motivo non dovresti stare qui? Continuiamo ad andare per esclusione: abbiamo detto che non si è trattato di incidente, né di malattia. Non senza un briciolo di vergogna nell’averlo pensato, direi di escludere anche l’ipotesi di buoni/cattivi: non voglio essere presuntuoso, non sono certo mai stato un santo, ho fatto cose brutte, mi sono anche comportato male, ma cattiveria e malvagità non fanno certo parte del mio DNA e poi, in ogni caso, buoni e cattivi, muoiono in egual misura! Ma allora, qual è la risposta, la ragione?

Improvvisamente, il mio sguardo cadde sul piccolo tavolino sotto il finestrino. Su di esso, un libricino. Lo riconobbi all’istante, perché da anni mi fa compagnia sul comodino: “Manuale del Messia: promemoria per l’anima evoluta” di Richard Bach. Come facevo sempre, lo presi, aprii una pagina a caso e lessi: “Ecco una prova per accertare se la tua missione sulla Terra è compiuta. Se sei vivo, allora non lo è“. Che cosa significava? Cosa mi stava dicendo l’Universo?

Pensa, Davide, pensa! Quindi, si è vivi fino a quando si ha una missione da compiere: questo mi stai facendo capire. Pertanto, non dovendomi trovare qui, questo significa che la mia missione sulla Terra non si è ancora compiuta. A questo punto però, la domanda diventa ancora più difficile: qual è la mia missione? Le cose si complicano direi. Sono un ingegnere informatico, mi piace scrivere, una persona ordinaria potrei dire… non salvo vite umane, non salvo il mondo…

Tutti salvano il mondo“, finalmente il ragazzino riprese a parlare. “Magari per via indiretta, ma ogni essere umano contribuisce a salvare il mondo“. Credo che il mio sguardo valesse più di mille parole e, infatti, proseguì, cercando di essere più chiaro.

“Vedi, voi umani avete il vizio di complicare le cose. In realtà è tutto più semplice di quello che credete. Ognuno di voi ha una missione ben precisa in questo mondo, anche se non vi è dato saperla. Voi credete che per salvare il mondo si debba fare qualcosa di grandioso, di unico. Niente di più falso. Bastano piccole azioni, piccoli gesti: ognuno però deve fare il SUO piccolo gesto, la SUA piccola azione. Servono le azioni di tutti per salvarlo. Se bastassero solo poche persone, che senso avrebbe tutta questa moltitudine di gente che popola la Terra?“.

Mi vedeva ancora perplesso, così continuò: “Pensa a qualunque invenzione che ha migliorato la vita su questo pianeta… giustamente si attribuisce il merito al suo inventore, ma che ne è dell’opera di tutti coloro che lo hanno messo nella condizione di farlo? Non ti parlo solo di chi lo ha messo al mondo, ma di tutti coloro che questa persona ha incontrato: ognuno di essi lo ha formato, ne ha forgiato il carattere, il modo di pensare, di fare, di vedere le cose; in definitiva, lo ha reso quella persona che un giorno avrebbe fatto quella scoperta, quell’invenzione. Senza anche solo una di quelle persone, quell’invenzione non ci sarebbe stata.

Messa in questi termini, diventava intrigante la cosa. Vedendo che lo seguivo, il ragazzino proseguì: “Hai presente il gioco del domino? Ogni singolo tassello, preso da solo, è abbastanza insignificante, ma pensa a quali splendide creazioni si possono fare mettendo insieme centinaia, migliaia o addirittura milioni di piccoli tasselli?“.

Sapeva dove colpire, non c’è che dire: ho sempre amato il domino, mi ha sempre affascinato come si potessero creare delle opere d’arte con tante piccole tessere, all’apparenza anonime. “Ma allora, se io non mi devo trovare qui, significa che non ho ancora posizionato la mia tessera in questo domino. Qual è quindi la mia missione?” azzardai. Per rispetto verso i nostri compagni di viaggio, il ragazzino trattenne, a fatica, una sonora risata:

Ci hai provato, ma non funziona così. A nessuno è dato di conoscere la propria missione. O meglio, l’inconscio di ognuno di voi la conosce, ma voi no lo ascoltate quasi mai. Così girate peregrini alla ricerca di qualcosa che, ironia della sorte, già conoscete. Del resto, conoscere apertamente la propria missione non gioverebbe: ci sarebbe chi vorrebbe anticipare i tempi e chi li vorrebbe ritardare. E magari ci sarebbe anche chi proverebbe a cambiarla: non funzionerebbe. Dovete semplicemente vivere la vostra vita, fino in fondo, non dimenticando che anche il più insignificante dei momenti potrebbe essere quello che salverà il mondo“.

Beh, davvero semplice e, nella sua semplicità, bellissimo! Il rallentamento del treno, mi riportò immediatamente alla realtà. Stavamo entrando in stazione: la stazione finale del viaggio. E ora? Che mi succede? Ora che ho capito tutto… è finita? “Stai tranquillo. Siediti qui accanto a me e non fare domande, non dire nulla.

Un uomo, alto, lo sguardo serio e deciso salì dalla porta anteriore della mia carrozza. Passò silenzioso tra i vari scompartimenti facendo cenno agli occupanti di alzarsi e seguirlo. Giunse davanti al mio scompartimento e, vedendomi indugiare si fermò, guardando chi mi stava a fianco. Appoggiando la sua mano sul mio braccio, il ragazzino gli disse: “Lui è con me!“. Fu sufficiente per convincere quell’uomo a proseguire. Scesero tutti piano piano dal treno, che richiuse le porte e iniziò di nuovo il suo viaggio.

Eravamo solo in due su quel treno, ora. “Prima di lasciarti tornare alla tua vita, ti vorrei invitare a vedere una cosa. Guarda fuori dal finestrino e dimmi cosa vedi“. Come prima, campi incolti, montagne sullo sfondo da un lato. Il mare dall’alto. Ancora nessuna presenza umana, ma ora aveva un senso. “Nulla di particolare“, risposi, “un normale paesaggio che si può vedere da qualunque carrozza di un treno in corsa. A volte bello, altre volte magari meno, ma nulla di particolare.

Il ragazzino si alzò, mi prese per mano e continuò: “Seguimi!“. Ci dirigemmo verso il fronte del treno, attraversando un paio di carrozze davanti a noi, finché giungemmo alla prima: metà carrozza e metà cabina da dove normalmente i macchinisti guidano il treno. Mi invitò ad affacciarmi all’oblò che dava sulla cabina: “Guarda ora e dimmi cosa vedi“.

Fu una folgorazione. Non c’era nulla di particolarmente bello, o comunque di diverso nel paesaggio: quello che cambiava era la prospettiva da cui stavo osservando il mondo. “E’ proprio questo quello che devi imparare. Non accettare di essere un semplice spettatore della tua vita: entra nella cabina di comando e guidala. Vedrai che avrà un sapore completamente diverso“.

Nota della redazione
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Davide Trentarossi

Nato a Milano, l’8 maggio… di qualche anno fa, ma cresciuto in provincia. Ho scoperto molto tardi la passione per la scrittura. Sono laureato in Ingegneria Informatica. Amo viaggiare, e questo mi ha portato a lavorare in giro per il mondo. Molti aeroporti sono stati il mio “Second Office”. Dall’Australia al Sud America, da Mosca a Miami, oltre all’Europa. Amo viaggiare leggero: nel mio trolley il computer su cui appuntare le idee per un nuovo libro, l’inseparabile smartphone, per restare connesso al resto del mondo e un paio di cuffie per ascoltare la musica, un’altra grande passione. Visita la mia pagina su Amazon: https://www.amazon.it/Davide-Trentarossi/e/B081QT913W/

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