I racconti di Davide Trentarossi

La vita dello scrittore

Eh, che esagerazione! Uno scrittore addirittura! Scrittore in effetti dà l’idea di qualcosa di troppo impegnativo: viene subito da pensare agli scrittori con la S maiuscola. E che c’entro io con loro? Vero è che, da un punto di vista puramente tecnico e semantico, la definizione calza: scrivo su questa testata giornalistica online, ho già pubblicato un romanzo e diversi racconti, ma avvicinare la parola scrittore al mio nome, mi crea non poco imbarazzo, lo ammetto. Prediligo di gran lunga la parola autore: crea meno aspettative, se non altro. La lingua inglese secondo me è molto meglio: writer, participio presente del verbo “to write“: letteralmente uno che scrive. Vuoi mettere, quanta ansia risparmiata?

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Mi viene in mente un’altra parola inglese che preferisco a quella italiana: novel; in italiano sarebbe romanzo, ma anche questa parola è troppo impegnativa. Ve lo immaginate? Uscite una sera al bar con gli amici ed esordite: “Ehi ragazzi, domani esce il mio nuovo romanzo in libreria!“. Esagerato! Già mi pare di sentire i loro commenti. Spostate, invece, la stessa scena in un pub di Londra, tra fumo, birra e freccette: “Ehi guys, tomorrow my new novel will be available in the bookstores!“. Decisamente molto meglio, dai!

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E quindi?“, obietterete voi, “Guarda che hai fatto tutto tu, hai citato tu la parola ‘scrittore’ nel titolo di questo articolo“. Vero, avete ragione. C’è un motivo, però, per averlo fatto. Qualche giorno fa mi è capitato fra le mani un libricino che non rileggevo da molto, troppo tempo: “Il Manuale del Messia“, di Richard Bach. Per citare Wikipedia: “Il testo è una raccolta di frasi, sentenze, aforismi e piccoli pensieri, stampati singolarmente su ogni pagina, il libro si usa pensando ad una domanda, si chiudono gli occhi e si sceglie una pagina a caso che contiene un pensiero. La risposta alla domanda sarà davanti al lettore.“. Nella prefazione di questo libro, c’è una frase che mi ha fatto molto riflettere: “La vita di uno scrittore è finzione e realtà: quasi accaduta, per metà ricordata e un tempo sognata“.

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Come vi dicevo, qualche giorno fa ho ripreso, per caso (mhmhmh, sicuri si tratti di casualità?), questo libro e subito quella frase nella prefazione mi ha fatto riflettere: e la mia vita? Com’è? Sto vivendo un momento “particolare”, ci sono cambiamenti in vista e l’occasione è sempre buona per fare un bilancio. Ma quella frase mi ha suggerito un punto di vista differente, che non avevo mai considerato. Innanzitutto la prima parte: “è finzione e realtà“. Queste due entità sono sempre andate a braccetto, ma i Social hanno esasperato il loro legame. Proviamo a pensare a quante volte presentiamo la nostra finzione come fosse la realtà. Nulla di male, per carità: non voglio fare la morale a nessuno. La cosa importante secondo me è esserne consapevoli: teniamo uno sguardo critico e ammettiamo la possibilità che quello che ci stanno presentando sui Social sia, almeno in parte, finzione.

La parte, che più mi intriga, di quella frase, però, è la seconda. Sono andato a rileggere i miei lavori degli ultimi anni, ben consapevole che ci fosse una parte di me in ognuna delle parole che ho scritto. E’ stato bello applicare quel filtro mentre rileggevo e chiedermi: ma questo evento è successo veramente? è andata proprio così? l’ho ricordato bene oppure l’ho soltanto sognato?

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In passato, ho scritto alcuni racconti in cui un attempato Colibrì si diverte a raccontare le storie dei suoi viaggi. Questo piccolo volatile è semplicemente l’alter ego che mi sono scelto per raccontare ciò che ho visto e ciò che sento di aver appreso. Si tratta di sei racconti, a cui ne ho aggiunto un settimo (ancora inedito). Li ho, poi, raccolti in un unico volume che a breve uscirà. Ogni racconto è stato scritto in momenti differenti della mia vita, senza alcun filo conduttore, previsto, tra le differenti storie, se non appunto il Colibrì che parla di ciò che ha visto e, soprattutto, di chi ha incontrato. E’ stato quindi sorpendente scoprire, nel rileggerli tutti insieme, come al contrario il filo conduttore ci fosse e fosse lì in bella vista.

Il libro appare, idealmente, come diviso in due parti. Nella prima si inizia con un racconto che è una sorta di presentazione e di dichiarazione di intenti: gli inglesi direbbero che è dove l’autore “set the stage“, allestisce il palco. Nel secondo e nel terzo, invece, Colibrì usa alcuni episodi che gli sono accaduti per veicolare un certo messaggio. E’ questa la parte “metà ricordata” di cui parla Richard Bach. Nello scrivere queste storie è stato bello ricordare gli eventi e fissarli sulla carta, per sempre. Da un punto di vista puramente stilistico, noterete che questi due racconti sono narrati in prima persona dal Colibrì, come per rinforzare appunto l’idea di qualcosa di accaduto e quindi riportato alla memoria.

Nella seconda parte del volume, invece, noterete un cambio stilistico ed è un narratore esterno che ora prende la parola e racconta. Da questo momento in avanti, Colibrì torna a viaggiare per il mondo come faceva un tempo e incontra, non più animali, ma persone. La cosa divertente è che, se in precedenza, gli animali incontrati avevano un riscontro in persone reali, in carne ed ossa, da adesso in avanti, invece, le persone con cui viene in contatto Colibrì non sono reali, o, meglio, rappresentano me stesso a un diverso stadio della mia crescita. E’ questa la fase che Richard Bach indica come “un tempo sognata“. Il messaggio che voglio passare in ogni racconto è indirizzato a me, prima ancora che ai miei lettori e in genere non è ben chiaro all’inizio, ma si esplica in maniera naturale nel corso della storia.

Quella frase di Bach, contenuta nella prefazione del “Manuale del Messia”, mi ha dato anche lo spunto per un’iniziativa social che ho iniziato in questi giorni. L’ho battezzata “Pensieri in libertà“. In sostanza, ogni giorno (o quasi, diciamo che ci provo) pubblico una storia sul mio account Instagram con una frase, presa a caso dal libricino. La funzione è duplice. Da un lato mi piace pensare che sia stato l’Universo a suggerirmela e quindi provo a ricercare, durante la giornata, momenti in cui questa sorta di “profezia” si stia avverando oppure sia comunque possibile renderla reale. Dall’altro, giunta la sera, la frase è l’occasione per riavvolgere il nastro della giornata e riviverla sotto la chiave di lettura suggerita. Se vi intriga la cosa, questo è il link al mio account di Instagram; sarebbe bello anche avere un riscontro da parte vostra sulle vostre giornate, riviste sotto il filtro della frase suggerita dal libro.

E bravo Davide, direte, ma la parte “quasi accaduta“, che fine ha fatto? Questo però è facile. Direi che ogni volta che ci diciamo (o ci dicono): “Sicuro sia andata proprio così e di non esserti fatto un film?“, beh, in quei casi si tratta certamente di “quasi accaduta”, non c’è dubbio. La bravura di “uno che scrive” sta allora nel romanzare un evento, una storia, un racconto al punto da lasciare al lettore il dilemma: “sarà accaduto veramente oppure è tutto frutto di immaginazione?”.

Nota della redazione
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Davide Trentarossi

Nato a Milano, l’8 maggio… di qualche anno fa, ma cresciuto in provincia. Ho scoperto molto tardi la passione per la scrittura. Sono laureato in Ingegneria Informatica. Amo viaggiare, e questo mi ha portato a lavorare in giro per il mondo. Molti aeroporti sono stati il mio “Second Office”. Dall’Australia al Sud America, da Mosca a Miami, oltre all’Europa. Amo viaggiare leggero: nel mio trolley il computer su cui appuntare le idee per un nuovo libro, l’inseparabile smartphone, per restare connesso al resto del mondo e un paio di cuffie per ascoltare la musica, un’altra grande passione. Visita la mia pagina su Amazon: https://www.amazon.it/Davide-Trentarossi/e/B081QT913W/

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