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Empatia suicida: perché l’Occidente si sta suicidando

Avete probabilmente visto questo video che ha fatto il giro d’Europa. I manifestanti “proPal”, tutti giovanissimi immigrati incappucciati che sfondano la porta di un supermercato discount nel centro di Parigi e lo saccheggiano portandosi via i sacrifici di una vita, e una donna francese in lacrime, che implora i saccheggiatori di fermarsi. «Perché fate questo? Non è ciò per cui lottiamo.» Sì, perché la donna sconvolta dalla rapina è una nota attivista di sinistra radicale, impegnatissima nelle lotte pro-Gaza, per il clima, per l’accoglienza e l’immigrazione libera e incondizionata, per abolire i confini, per il buonismo, eccetera.

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Insomma, il prototipo della radical-chic “antifa”, che per scacciare i complessi di colpa di essere bianca, francese e benestante, si butta a corpo morto sulle cause “cool”, e che si è trovata brutalmente di fronte alla realtà: i suoi eroi, quei giovanissimi immigrati che a lei sono sempre apparsi discriminati, povere vittime, incompresi, emarginati dai cattivi egoisti, davanti ai suoi occhi hanno svuotato sghignazzando il negozio che sicuramente è costato una vita di sacrifici e risparmi a qualche francese come lei. Alcuni dei giovani briganti la deridono anche: “spostati, se no ti fai male”.

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Noi non la deridiamo. Anzi, ci dispiace per lei. Perché ciò che traspare dal suo volto stupefatto non è solo lo shock di veder crollare il proprio mondo incantato che fino a quel tragico momento la poveretta riteneva scontato indiscutibile. È una cosa molto più subdola, una malattia che ha infettato l’intero Occidente e ha un nome: empatia suicida. Il termine viene dal prof. Gad Saad, docente del comportamento evolutivo alla Concordia University di Montreal, fuggito dalla guerra civile libanese da bambino e che sa riconoscere una società quando si sfascia.

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Il suo nuovo libro, “Suicidal Empathy: Dying to Be Kind”, è il seguito dell’acclamato “The Parasitic Mind”. Non cercateli in libreria: in Italia non sono facilmente accessibili perché il contenuto di questi testi, estremamente autorevoli e documentati, fa giustizia sommaria della narrazione perbenista e buonista dell’accoglienza come valore universale e assoluto. Ecco la tesi del prof. Saad e perché riguarda ognuno di noi.

Quando l’empatia perde il suo contrappeso

L’empatia è uno dei nostri più nobili istinti. Si è evoluta di pari passo con l’essere umano e per un motivo preciso: per prendersi cura dei nostri figli, dei nostri parenti, della nostra cerchia di relazioni. Era calibrata in modo da far sì che le persone di cui ti importa sono quelle intorno a te, e in cui l’empatia veniva sempre accompagnata dal suo contrappeso: l’istinto di proteggere i tuoi e di riconoscere una minaccia. Il principio di reciprocità che distingue le reazioni neuro-cognitive sane da quelle tossiche.

L’“empatia suicida” è ciò che accade quando questo meccanismo si inceppa. Quando si accende sui soggetti e nelle direzioni sbagliate, quando cade nel vuoto. Quando cioè non c’è più reciprocità e marcia a senso unico senza più sapere perché. Quando diventa una moda e un dogma ideologico e non più un processo naturale virtuoso, e rende vulnerabili; in una parola, ci danneggia e innesca un irreversibile progresso di esasperazione dell’empatia del tutto ingiustificata che accende dall’altra parte, specialmente quando è priva di qualsiasi scrupolo morale, un invito all’abuso sfrenato della stessa.

Come inevitabilmente accade quando proviamo più pena per il criminale che per la sua vittima; più per lo straniero che infrange le regole che per il cittadino che le rispetta; più per sembrare compassionevoli che per esserlo davvero. Come fa l’empatia, un processo naturale e istintivo così importante, a diventare un comportamento così innaturale e perverso? La risposta non è una, ma quattro.

Biologia, civiltà, ideologia e status

Primo: la biologia. L’empatia è un riflettore, come l’ha definita lo psicologo Paul Bloom: illumina un solo soggetto davanti a te e lascia tutto il resto al buio. Il migrante che piange sulla barca è visibile. Le migliaia di vittime di un sistema collassato sono statistiche. Un riflettore è uno strumento terribile per governare un paese, perché dirige l’attenzione solo dove vuole e pretende che chi guarda si adegui alla percezione di massa già definita a monte e imposta come verità rivelata, facendo leva proprio sull’istinto dell’empatia, che a tutti noi appare da sempre come puro e nobile. Perciò sfruttarlo per propaganda è particolarmente efficace: nessuno mette in discussione l’empatia, nemmeno quando è manipolata.

Secondo: la nostra stessa civiltà. L’Occidente è la civiltà che ha posto la vittima al centro della sua morale. Il cristianesimo ci ha insegnato a prenderci cura dello straniero, del povero, del debole. È stata una delle più grandi rivoluzioni morali della storia perché consente ad una società di stabilire dei principi di comportamento. Ma separata dalla sua altra metà – giustizia, responsabilità, il dovere di proteggere i deboli, di applicare le regole – la morale si trasforma in qualcos’altro: in una scriminante fra chi abbia il diritto al privilegio e chi no.

Terzo: l’ideologia. Saad ha descritto le distorsioni delle idee, che dirottano il nostro ragionamento dalle deduzioni logiche a quelle imposte dalla moda e dagli atteggiamenti di tendenza. L’empatia suicida è il corrispettivo emotivo: un’ideologia imposta dall’esterno che dirotta la nostra compassione. Divide il mondo in oppressori e vittime, in modo esclusivamente ideologico (chi fa parte di una certa categoria, razza, nazionalità ecc. è automaticamente oppressore, chi invece appartiene ad altre è vittima a prescindere) poi esige empatia illimitata per chiunque sia classificato come vittima qualunque cosa faccia.

Quarto: lo status. La moda. Il conformismo social. Nell’era dei social media l’empatia è diventata spettacolo. Postare «benvenuti i rifugiati», “qui nessuno è straniero”, “vietato vietare” non costa nulla e guadagna facili applausi. Il conto dell’immigrazione sregolata lo pagano altri: gli operai costretti ad accettare paghe da fame, le periferie che diventano campi di battaglia, i negozi saccheggiati, la sanità pubblica congestionata, le donne che tornano a casa di notte col terrore.

Accogliere persone che provengono da contesti di mera sopravvivenza privi di regole morali e senza alcuna sensibilità sociale, mossi solo da istinti predatori, ha prodotto risultati che si vedono ovunque: criminali trattati come vittime o emarginati; aggressori sessuali giustificati come “disperati” e giudicati blandamente dai tribunali; autodifesa delle loro vittime marchiata come “intolleranza”; confini di Stato definiti come inumani; forze dell’ordine presentate come oppressori. Se questo è lo stato mentale delle autorità, che hanno proprio il ruolo di definire le regole e di applicarle, è fin troppo ovvio che l’opinione pubblica nella sua massa vi si adagia e finisce col percepirlo come “quello giusto”.

Il limite oltre il quale una società si indebolisce

La conclusione di Saad è che una società muore quando preferisce sfoggiare tolleranza infinita, perbenismo chic e conformismo ideologico, anziché usare il suo istinto di autotutela. Una civiltà poggia su un equilibrio: clemenza e forza, accoglienza e confini, crimine e giustizia. Tutte queste cose hanno dei limiti che definiscono dove finisce una e comincia l’altra. Il suicidio di una civiltà inizia quando questi limiti svaniscono o peggio vengono aboliti. È un principio eterno della società umana valido 3000 anni fa come oggi.

Ciò che stiamo vedendo in Europa è ciò che accade quando all’empatia non resta più alcun contrappeso, quando cioè si smette di ragionare liberamente e si lascia che l’ideologia prenda il sopravvento sulla logica, escludendo la profilassi sociale. È esattamente quello che succede a un organismo quando le difese immunitarie crollano: non può sopravvivere. La Natura non lo consente. Le conclusioni a cui giunge il prof. Saad sono le stesse che insegnano Pareto, Spengler, Ortega, Voltaire, Montaigne, e via via fino a Platone e Aristotele da 24 secoli almeno e cioè che una democrazia muore quando abusa di se stessa e prima ancora che nel sangue, annega nel ridicolo.

Guardate di nuovo quella povera donna. Non è il nemico. È una vittima. È il ritratto di ciò che questa ideologia malsana dell’accoglienza a senso unico ha fatto a una generazione a cui è stato detto che la tolleranza e il buonismo sono assoluti e liberi da vincoli di reciprocità; che ai diritti non devono corrispondere doveri. Che è vietato vietare. Guardatela, mentre comprende finalmente che la società si sta suicidando.

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Pavel Kovalenko

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