Quelli del 17 ottobre…
Il fenomeno delle baby gang che attraversa le aree metropolitane, in particolare una città a due velocità come Milano, non è una semplice manifestazione di vandalismo giovanile, ma il sintomo di una profonda frattura sociale, educativa e psicologica. Negli ultimi anni, le cronache urbane hanno registrato una crescita esponenziale di micro-associazioni criminali composte da minori, spesso compresi tra i dodici e i sedici anni. Si tratta di una generazione di “invisibili” che ha trovato nella strada e nel gruppo dei pari l’unica risposta possibile a contesti familiari frammentati, segnati da povertà materiale, storie di migrazione non integrata, violenze domestiche o totale assenza di figure genitoriali di riferimento.
Il Maranza, il brand e il bisogno di essere riconosciuti
In questo vuoto istituzionale e affettivo si è radicata la figura stereotipata del “Maranza”. Nato originariamente come termine dispregiativo, questo epiteto è stato riappropriato con orgoglio dai ragazzi delle periferie, trasformandosi in una vera e propria sottocultura identitaria. Uno dei suoi tratti distintivi è l’estetica del brand come armatura. In una società che valuta l’individuo in base a ciò che possiede, l’ossessione per tute e felpe di marca – Nike, Adidas, Champion, Decathlon – o accessori di lusso non risponde a un bisogno materiale, ma a una necessità di status. Indossare un determinato marchio diventa un passaporto per il rispetto, un modo per gridare la propria esistenza a una città imborghesita che li ignora.
La seconda componente è la cassa di risonanza dei social media, come TikTok e Telegram: le piattaforme digitali fungono da quartier generale virtuale. I video di rissa, i furti nei negozi e le sfide tra quartieri rivali non vengono nascosti, ma esibiti online. La viralità diventa il termometro del successo, l’unico mezzo per ottenere quel riconoscimento sociale che la scuola e le istituzioni non sono state in grado di offrire. A questo si aggiunge la colonna sonora della rabbia: la trap e il rap di strada. La musica dei rapper di riferimento, spesso giovanissimi cresciuti negli stessi quartieri popolari e non di rado finiti dietro le sbarre, non è un semplice intrattenimento.
I loro testi diventano manifesti politici e spirituali. Raccontano di madri sole, padri in carcere, odio per le forze dell’ordine e riscatto economico ottenuto con la forza. Per i ragazzi della gang, la prigione del loro idolo si trasforma nel simbolo della loro stessa reclusione sociale e le sue canzoni diventano l’inno che ne legittima le azioni. In questa cornice, la banda smette di essere un gruppo di amici e diventa una “famiglia surrogata”, regolata da leggi feroci e arcaiche. Al suo interno, il concetto di empatia viene radiato come una debolezza pericolosa. Il mondo si divide rigidamente tra “cacciatori” e “prede” e la manipolazione psicologica o la violenza fisica diventano le uniche monete di scambio riconosciute. È esattamente in questa crepa, tra l’abbandono della società e il fascino oscuro del branco, che si saldano i destini dei protagonisti della nostra storia.
Il 17 ottobre, l’appuntamento corre sui social
Il calendario sul telefono di Leo segnava il 17 ottobre. L’aria di Milano era già fredda, ma l’atmosfera attorno allo scalo ferroviario era incandescente. Quello non era un giorno come gli altri: i tam-tam sui profili social privati e i video in codice su TikTok avevano fissato l’appuntamento. Le gang di Piazza Segesta e piazza Selinunte, di Corvetto, quelle dell’ovest milanese, da Abbiategrasso, da Rozzano, da Desio e dalla Brianza stavano confluendo nello stesso punto, richiamate dal Nitro e dai leader delle altre zone. Erano decine, poi centinaia. Un’unica enorme macchia scura di tute lucide, sciarpe e scaldacollo tirati sul naso e cappucci calati sulla fronte.
Dai telefoni collegati alle casse portatili a tutto volume rimbalzavano le barre crude del loro rapper di riferimento, arrestato pochi mesi prima e diventato un idolo dietro le sbarre della galera. Quella musica, con i suoi beat ossessivi e i testi che parlavano di madri sole, case popolari e odio per le guardie, era l’inno ufficiale della loro marcia. Cantavano i versi a memoria, urlandoli contro il cielo grigio di Milano, trasformando la cella di quel rapper nel simbolo della loro stessa reclusione sociale. Dietro quella marea umana non c’era però solo la rabbia dei leader di quartiere. C’era una regia invisibile, un profilo virtuale nato dal nulla ma diventato in poche settimane una fede assoluta per la strada.
Sayrus, la regia dietro lo schermo
A muovere i fili da dietro uno schermo era Sayrus – una parola che nei messaggi in codice faceva eco al termine arabo per “rivoluzione”, Thawra – lo pseudonimo scelto da un ragazzo musulmano che nessuno, tra i capi delle varie fazioni, aveva mai visto in faccia o conosceva di persona. Dal suo appartamento in periferia, Sayrus aveva creato una pagina blindata, un network sotterraneo capace di unire le bande rivali sotto un’unica bandiera, incitando i ragazzi all’attacco con sermoni digitali che mischiavano riscatto sociale, misticismo e rabbia cieca. Nonostante il mistero sulla sua identità, l’obbedienza nei suoi confronti era totale, quasi religiosa.
«Oggi la città è nostra», gridò il Nitro, gli occhi che brillavano di una foga febbrile sotto la visiera del cappello, mentre sullo schermo del suo smartphone lampeggiava l’ultimo, definitivo ordine di Sayrus: Prendetevi Milano. «Andiamo a prenderci quello che ci spetta!». Il segnale diede il via alla corsa. La massa si riversò nelle strade dello shopping, un fiume in piena di ragazzi tra i dodici e i sedici anni che bloccò il traffico e paralizzò i passanti. Leo correva al fianco del Nitro, con il cuore che gli batteva in gola, esaltato dalla potenza del branco. Non c’erano più individui, c’era solo la gang.
Le vetrine cadono una dopo l’altra
Il primo obiettivo fu il mega-store di Decathlon. Il rumore della prima vetrina che andava in frantumi sotto i colpi di una transenna divenne la colonna sonora del caos. I manichini vennero abbattuti, i sistemi di allarme presero a suonare all’impazzata in un fischio assordante, ma nessuno ci faceva caso. Subito dopo toccò alla vetrina di Champion. I commessi, terrorizzati, si rifugiarono negli uffici sul retro mentre l’onda dei ragazzi travolgeva gli scaffali. Leo si fiondò sui bancali insieme agli altri membri della banda. Non rubavano per rivendere, e nemmeno perché avessero davvero freddo. Rubavano per pura appartenenza.
Accaparrarsi quella felpa con il logo Champion ben visibile sul petto, o quel piumino smanicato di marca, era l’unico modo per esistere. In quel mondo parallelo fatto di asfalto e social, il brand era un’armatura: indossare quei marchi significava gridare a tutti che facevi parte del gruppo, che non eri più l’invisibile figlio di una madre violenta o di un padre in galera. Era il loro passaporto per il rispetto. Leo riuscì a strappare da un gancio una giacca tecnica nera e un paio di scarpe ancora nella scatola. Si guardò intorno: il Nitro coordinava i ragazzi più grandi che svuotavano i registratori di cassa e lanciavano merce a chi stava fuori a fare la guardia.
Da preda a cacciatore
Leo, con il cappuccio calato sugli occhi, stringeva al petto tre felpe identiche, lo sguardo duro e ormai privo di qualsiasi rimorso. Quando le sirene della Polizia iniziarono a risuonare troppo vicine, spezzando la musica del rapper che ancora gracchiava da qualche cassa, il Nitro lanciò il fischio di ritirata. «Via, via! Disperdetevi nelle metropolitane!». La gang si frammentò in mille pezzi nei vicoli di Milano, lasciandosi alle spalle vetrate in frantumi, scaffali vuoti e una città sotto shock. Leo corse fino a perdere il fiato, infilandosi nel primo sottopassaggio della metro. Mentre stringeva il bottino sotto il braccio, sentì di aver finalmente superato la prova del fuoco. Quel 17 ottobre, da semplice preda, era diventato a tutti gli effetti un cacciatore.
