Omicidio di Fabio Ravasio. Il processo
A Busto Arsizio il processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, il 52enne di Parabiago travolto e ucciso in bicicletta il 9 agosto 2024, entra nella fase più delicata. Lunedì 15 giugno 2026 i difensori di Adilma Pereira Carneiro, nota come la “Mantide di Parabiago”, hanno chiesto l’assoluzione della loro assistita e hanno provato a smontare il quadro costruito dalla Procura. Al centro restano due ricostruzioni opposte: per l’accusa Adilma sarebbe stata la regista del delitto, pianificato per sembrare un investimento da pirata della strada; per la difesa, invece, mancherebbero prove dirette e il ruolo centrale andrebbe cercato altrove, soprattutto attorno alla figura del barista Massimo Ferretti.
Il pubblico ministero
Il pubblico ministero Ciro Caramore, nella requisitoria del 4 maggio, ha chiesto l’ergastolo per Adilma Pereira Carneiro, Mirko Piazza, Mohamed Dahibi, Fabio Lavezzo e Marcello Trifone. Per Igor Benedito e Massimo Ferretti la richiesta è stata di 24 anni, mentre per Fabio Oliva di 9 anni e 4 mesi. Secondo la Procura, l’omicidio di Fabio Ravasio sarebbe stato progettato con una divisione precisa dei ruoli. L’investimento, avvenuto mentre la vittima rientrava in bicicletta, sarebbe stato solo la scena costruita per coprire un delitto volontario. L’accusa parla di premeditazione per tutti gli imputati, con la sola eccezione di Oliva, indicato come il meccanico che avrebbe rimesso in funzione l’auto usata per l’agguato.
Il movente, per il pm, sarebbe economico. La Procura ha collegato la decisione di passare dalle parole ai fatti anche alla scelta dei genitori di Ravasio di smettere di sostenere economicamente la famiglia allargata del figlio. Nel quadro dell’accusa, Adilma avrebbe avuto un ruolo dominante, capace di orientare e condizionare le persone che le stavano attorno.
Nel processo sono entrati diversi elementi portati dall’accusa. In aula è stato ricostruito il presunto tentativo di cercare un killer disposto a uccidere Ravasio per 10mila euro. Una testimone ha raccontato anche una domanda su un veleno che non risultasse all’autopsia. Un’altra persona ha riferito di aver sentito parlare della necessità di trovare qualcuno per “farlo fuori”, frase che, secondo il racconto della teste, sarebbe stata riferita a Fabio Ravasio.
Gli inquirenti hanno relazionato anche gli spostamenti, i contatti telefonici e la gestione dell’auto dopo l’investimento. Nel procedimento parallelo a carico di Ariane Pereira Bezerra da Silva, figlia di Adilma, sono state analizzate le chiamate del 9 agosto tra lei, la madre e Fabio Lavezzo. Per l’accusa quel traffico telefonico avrebbe avuto un peso nella gestione della serata dell’omicidio.
Tra gli elementi discussi ci sono anche i fari di una Opel Corsa smontata e poi finiti nelle mani di un frequentatore del bar. Secondo quanto emerso in aula, Ariane si sarebbe arrabbiata perché quell’auto “non doveva essere toccata”. Per la Procura ogni tassello si inserisce in un piano più ampio. Per la difesa, invece, questi elementi non provano la partecipazione diretta di Adilma all’omicidio.
La difesa
Nell’udienza del 15 giugno gli avvocati Mattia Fontanesi e Denise Pedrali hanno puntato su un punto preciso: l’accusa, secondo loro, avrebbe costruito un impianto indiziario, senza una prova certa contro Adilma Pereira Carneiro. La difesa ha contestato il movente economico. In particolare, ha sostenuto che la polizza vita da 600mila euro non avrebbe potuto essere riscossa da Adilma, perché non era la moglie di Fabio Ravasio, né dai figli minori, perché non erano figli biologici della vittima. Da qui la domanda posta dai legali: quale vantaggio concreto avrebbe avuto la donna dalla morte del compagno?
I difensori hanno poi spostato l’attenzione su Massimo Ferretti, descritto come una figura centrale nella vicenda. Secondo la linea difensiva, Ferretti avrebbe avuto un proprio movente, legato alla gelosia e all’ostilità nei confronti di Ravasio. Non sarebbe stato quindi un uomo soggiogato da Adilma, ma una persona capace di muoversi autonomamente.
Un altro passaggio dell’arringa ha riguardato Igor Benedito, figlio di Adilma. I legali hanno contestato la sua credibilità e la ricostruzione secondo cui avrebbe agito perché minacciato dalla madre di non vedere più i fratelli. Per la difesa, quel costringimento psicologico non sarebbe dimostrato. Anche le telefonate tra Adilma e il figlio nei giorni precedenti l’omicidio sono state lette in modo diverso dai difensori. Una madre che chiama il figlio e non riceve risposta, ha sostenuto la difesa, non può essere automaticamente inserita in una trama criminale.
Il processo si avvicina ora alla decisione della Corte d’Assise. Dopo mesi di testimonianze, perizie, intercettazioni, dichiarazioni dei coimputati e arringhe, il punto resta quello decisivo: stabilire se il quadro dell’accusa dimostri il ruolo di Adilma Pereira Carneiro nella pianificazione dell’omicidio oppure se i dubbi sollevati dalla difesa siano sufficienti a escluderne la responsabilità.
