L’Oleodotto Est-Ovest. L’ Arabia Saudita aumenta il pompaggio di petrolio verso il porto di Yanbu
Finalmente un segnale positivo arriva dagli scenari internazionali e dall’Arabia Saudita, mentre il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran continua con attacchi reciproci che proseguono da settimane. I segni tangibili della crisi economica sono già visibili negli aumenti dei prezzi: negli ultimi giorni il costo dei carburanti ha registrato nuovi rialzi, con il gasolio che in diversi distributori ha superato la soglia dei 2 euro al litro.
Un andamento che si riflette anche lungo le filiere produttive e distributive, con rincari che iniziano a emergere su trasporti e beni di consumo. Le scorte di carburante italiane coprono sempre almeno tre mesi di consumi. Lo stabilisce una regola europea, che considera i 90 giorni come buona stima del periodo necessario per coprire possibili emergenze e per permettere di organizzarsi diversamente in caso di crisi più lunghe. Il timore, però, è che la carenza di energia si prolunghi oltre maggio. In questo caso, anche i prezzi nei mercati internazionali potrebbero salire ancora per effetto della diminuzione dell’offerta.
L’arma dell’Arabia Saudita contro la crisi delle rotte: l’oleodotto Est-Ovest
L’Arabia Saudita ha spinto al massimo l’oleodotto Est-Ovest e ha spostato una parte decisiva delle sue esportazioni di greggio verso Yanbu, sul Mar Rosso, per tenere in piedi le forniture mondiali aggirando il blocco nello stretto di Hormuz, ormai quasi paralizzato, e dello stretto di Bab el-Mandeb, controllato dagli Houthi dallo Yemen, e che potrebbe essere bloccato a breve. La notizia del funzionamento a pieno regime, fino a 7 milioni di barili al giorno, è stata riportata da Bloomberg il 28 marzo. Reuters ha ripreso l’informazione precisando di non averla verificata in modo indipendente, ma i dati di spedizione e le dichiarazioni dei giorni precedenti confermano che il flusso verso Yanbu è cresciuto in modo netto nelle ultime settimane.
Il punto chiave è questo: il collegamento interno saudita tra i giacimenti dell’Est e la costa occidentale sul Mar Rosso è diventato la via alternativa principale mentre il traffico attraverso Hormuz è stato sconvolto dal conflitto regionale. Reuters aveva già scritto il 3 marzo che Aramco stava chiedendo ad alcuni clienti di caricare il greggio a Yanbu invece che dal Golfo, proprio per ridurre l’esposizione al chokepoint marittimo più delicato per il petrolio globale.
🛢️ Il nodo vero è Yanbu, non solo il tubo
L’elemento più solido, al momento, riguarda l’export effettivo dal porto di Yanbu. Secondo Reuters, nella settimana iniziata il 16 marzo le esportazioni di greggio dal terminal del Mar Rosso sono salite fino a quasi 4 milioni di barili al giorno, contro una media di 770 mila barili al giorno tra gennaio e febbraio. La stessa agenzia ha indicato che Aramco può pompare fino a 7 milioni di barili al giorno verso Yanbu, ma che circa 5 milioni sarebbero destinabili all’export, mentre il resto serve le raffinerie locali.
Questo passaggio è importante perché chiarisce anche il limite operativo della notizia: il tubo può viaggiare a piena capacità, ma non tutto quel petrolio finisce subito sulle petroliere. Bloomberg, secondo quanto ripreso da altre testate che citano il servizio, parla di circa 5 milioni di barili al giorno di greggio esportati da Yanbu e di altri 700-900 mila barili al giorno di prodotti raffinati. Reuters, invece, sui dati di spedizione pubblicati il 24 marzo, si fermava ancora a un livello vicino ai 4 milioni e segnalava un possibile avvicinamento alla soglia massima di carico del porto entro fine mese.
🚢 Petroliere deviate e mercato sotto pressione
Il cambio di rotta delle petroliere è già visibile. Reuters ha scritto che molte cargo saudite sono ormai reindirizzate via Yanbu e che i noli per le rotte dal Mar Rosso verso l’Asia sono schizzati ai massimi da quasi sei anni, fino a circa 270 mila dollari al giorno. A metà marzo erano attese circa 70 petroliere in caricazione a Yanbu nel corso del mese, con l’Asia come destinazione prevalente e la Cina come sbocco principale.
Per il mercato energetico globale si tratta di una valvola di sicurezza, ma non di una soluzione totale. Reuters ha ricordato che in febbraio l’Arabia Saudita esportava oltre 7 milioni di barili al giorno e che gran parte di quel flusso passava da Hormuz. L’oleodotto Est-Ovest attenua lo shock, ma non cancella del tutto il problema logistico e di sicurezza, anche perché la stessa area di Yanbu è rimasta esposta ai rischi del conflitto: nei giorni scorsi le operazioni di carico si sono fermate brevemente dopo un attacco con drone contro una raffineria locale.
In sintesi, il fatto centrale è confermato: l’Arabia Saudita sta usando in modo massiccio il suo corridoio energetico interno verso il Mar Rosso per tenere aperta una linea di export alternativa. La piena capacità di 7 milioni di barili di petrolio e derivati al giorno del sistema è stato riportato da Bloomberg ed era già stato anticipato a metà marzo dall’amministratore delegato di Aramco Amin Nasser come obiettivo imminente. E’ un numero verificato dai flussi di spedizione attuali, (5 milioni di barili per l’esportazione e 3 per il consumo interno), il porto di Yanbu ha già alzato in modo drastico i carichi e le petroliere vengono effettivamente dirottate su quella rotta.
