Pero (Milano), sport paralimpico senza filtri: “Non siamo eroi, siamo atleti”
A Pero, nel Milanese, venerdì 13 marzo alle 21 il centro comunale Greppi ha ospitato un incontro sullo sport paralimpico organizzato da ApertaMente, con protagonisti atleti, tecnici e famiglie. Nel pubblico tanti ragazzi, sul palco storie vere, senza retorica, che hanno messo al centro un messaggio chiaro: lo sport paralimpico non è assistenzialismo, ma sport vero, fatto di disciplina, allenamento e risultati. Con l’aiuto della dott.ssa Paola Tagliano, che ha moderato l’incontro, sono stati raccolti testimonianze dirette e momenti di confronto, con una linea comune: superare stereotipi e pregiudizi ancora molto diffusi quando si parla di disabilità.
🎯 “Siamo atleti, punto”: il messaggio di Livia Cecagallina
Tra gli interventi più incisivi quello di Livia Cecagallina, atleta della nazionale di tiro a segno. Spara con la carabina. Livia Cecagallina è nata a Milano e ha 27 anni. Fin da bambina ha praticato numerosi sport – dal karate alla pallavolo, dall’equitazione alla ginnastica – ma la sua carriera sportiva si è interrotta quando sono comparsi i primi problemi di salute.
Convive con una complessa condizione medica legata alla sindrome di Ehlers-Danlos e ad altre patologie correlate, che negli anni le hanno causato forti limitazioni fisiche e l’hanno costretta anche a un intervento salvavita. L’incontro con il tiro a segno è arrivato quasi per caso: provando la disciplina in un evento dedicato ai ragazzi ha scoperto di avere una notevole precisione e ha iniziato ad allenarsi. Dopo una prima esperienza nelle categorie per normodotati, il peggioramento delle condizioni di salute l’ha portata ad avvicinarsi allo sport paralimpico. In poco tempo è entrata nel giro della nazionale italiana e ha ottenuto risultati di rilievo, tra cui una medaglia d’argento ai Mondiali paralimpici e la qualificazione ai Giochi Paralimpici di Parigi 2024.
Per lei lo sport paralimpico rappresenta soprattutto resilienza, cioè la capacità di reinventarsi e affrontare i propri limiti con consapevolezza e determinazione, e trovare il modo di superarli.
Il suo messaggio è stato netto: “«”Bisogna capire che siamo atleti. Non esiste una differenza nel concetto di sport, ma solo nelle categorie”. Nel suo intervento ha sottolineato come gli sport paralimpici definiscano un ambito, non le capacità e i risultati di un atleta, non sono “garette”. «Le parole sono importanti. Se si insiste troppo su “paralimpico”, si crea distanza e si finisce per sminuire le competizioni».
Il racconto di episodi concreti di vita quotidiana, tra sguardi, frasi inappropriate e difficoltà di relazione ha reso la situazione ancora più concreta «Capita che parlino con chi mi accompagna invece che con me, oppure che si comportino come se la disabilità fosse qualcosa da evitare», e ha anche affrontato il tema delle disabilità invisibili: «Non vedere un problema non significa che non esista. Sentirsi dire “è solo stress” è qualcosa che segna, soprattutto da giovani».
🧠Adattarsi alla vita
Il concetto di resilienza in modo concreto, per Livia Cecagallina «Non è resistere, ma trasformarsi. Adattarsi alla vita che cambia» ed è collegato al tema dell’ambizione: «Se non hai un obiettivo, non hai motivazione. Io volevo arrivare alle Olimpiadi, da bambina, e ci sono arrivata dopo anni di lavoro». Un percorso costruito nel tempo, tra difficoltà e risultati, che ha portato alla partecipazione ai massimi livelli internazionali.
🤝 Tecnica e fiducia: il lavoro invisibile
Accanto a Livia, durante gli allenamenti e le gare c’è un’altra atleta, Sabrina Benucci. E’ la figura tecnica e di riferimento nello staff e Il “loader” di Livia. Nell’incontro ha raccontato il suo rapporto con l’atleta: «Si costruisce una sinergia totale. A volte non serve parlare: sappiamo già cosa fare». Un lavoro basato su fiducia e conoscenza reciproca: «Diventiamo un’unica cosa in pedana. Anche il respiro si sincronizza».
Durante l’incontro è intervenuta anche Silva, madre di Livia, che ha raccontato il punto di vista familiare. «Non c’è differenza tra atleta e persona: l’impegno è lo stesso in tutto quello che fa». Raccontando la sua esperienza di madre e dando un consiglio ad altri genitori, ha sottolineato l’importanza dell’ascolto: «Anche quando i ragazzi sembrano chiusi, spesso stanno chiedendo aiuto» Bisogna ssaperli ascoltare, spesso anche quando non parlano. E un principio educativo chiaro: «Bisogna insegnare loro a credere nei propri sogni fin da piccoli. È così che nasce la fiducia».
💬 Davide Mangiacapra: “Lo sport è vita vera”
Tra le testimonianze più dirette quella di Davide Mangiacapra. E’ uno sportivo italiano che ha praticato tennis fin dall’infanzia. A 14 anni la sua vita è cambiata radicalmente: durante una gita scolastica è caduto in un burrone e ha perso l’uso delle gambe. La vita però continua e ha continuato a coltivare la passione per lo sport. Si è avvicinato al tennis in carrozzina, arrivando a competere ad alto livello e a entrare nel giro della Nazionale. Parallelamente si è laureato e ha una specializzazione in terapia occupazionale, disciplina che lavora per aumentare l’autonomia delle persone con disabilità fisiche o cognitive.
Dopo aver dovuto interrompere l’attività agonistica nel tennis per altri problemi fisici, ha scoperto il padel, disciplina nella quale ha raggiunto ottimi livelli competitivi e che oggi pratica con grande intensità. Nella sua attività sportiva e divulgativa sottolinea spesso il valore sociale dello sport: non come gesto di compassione verso la disabilità, ma come spazio di impegno, competizione e crescita personale per tutti.
Il suo intervento è stato chiaro: «Il problema è quando la gente pensa “poverino”. In realtà siamo persone che lavorano duramente». A Padel, dice Davide, sfida i normodotati, il suo livello fisico è così alto che non ha problemi a batterli. le gambe non sono tutto e lo sottolinea quando racconta di quando ha battuto un uomo che dopo la partita lo ha ringraziato: «Un uomo mi ha ringraziato perché per due ore, giocando, non ha pensato alla recente perdita della moglie. Questo è il valore dello sport».
🏅 Sport e categorie, non differenze
Nel corso della serata è emerso il concetto condiviso che non esiste uno sport “diverso”, ma solo categorie diverse ed è stato fatto un parallelo importante con lo sport tradizionale che mette un punto fisso nella considerazione degli sport paralimpici: non tutti possono competere allo stesso livello, anche negli sport olimpici ci sono varie categorie: di peso, di età, di genere, di specialità. Gli sport paralimpici sono una categoria, e se c’è una battaglia ancora da vincere è quella di considerarli categoria delle olimpiadi, e permetterne la classificazione all’interno dei giochi olimpici, perchè il valore dell’atleta non cambia in base alla categoria, ma in base al suo risultato rispetto a impegno e utilizzo delle sue capacità al massimo livello.
🏛️ Il sindaco: “Niente compassione, serve rispetto”
A chiudere l’incontro l’intervento del sindaco di Pero, Antonino Abbate, «Non si tratta di compassione, ma di riconoscere il valore e l’impegno. Dobbiamo imparare a riconoscerci negli altri. Chiunque può trovarsi ad affrontare una situazione difficile» e quello di Gianni, tecnico con una lunga esperienza nel campo degli sport con racchetta e oggi anche coordinatore di molte attività sportive della Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettivo-Relazionali.
Le sue parole confermano ancora di più quanto detto in tutta la serata. «Questo significa occuparmi non solo di una disciplina, ma di tante attività sportive e degli atleti che le praticano sul nostro territorio. Rimango comunque anche tecnico della nazionale di tennis per alcuni atleti: l’anno scorso siamo stati in Kazakistan, quest’anno saremo in Polonia. La cosa che mi preme sottolineare è proprio quello che diceva Livia: sono atleti, tutti. Non c’è una vera differenza. Ci sono categorie diverse, certo, ma questo accade in qualsiasi sport.»
