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Patente sospesa, burocrazia muta: quando Milano chiama e nessuno risponde

Questa è la storia di una patente sospesa. Ci sono storie che, più di altre, hanno il potere di riportarmi ai tempi della mia gioventù, quando la mia passione per il giornalismo si intersecava con la mia fortissima ribellione contro lo Stato italiano. Storie apparentemente marginali, ma che mi ricordano perché, nel 1996, ero diventata secessionista e perché combattevo fortemente per una Padania indipendente e libera.

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La causa non era ideologica e i miei non erano slogan da piazza, ma c’era una esasperazione concreta, quotidiana, davanti a un apparato statale che chiedeva rigore ai cittadini, che li colpevolizzava, e che rendeva la loro vita impossibile, ma che di suo era inefficiente e non trasparente. In questi lunghi decenni la situazione è migliorata, una battaglia dopo l’altra e non sempre erano battaglie vinte. Alcune cose, invece, sembrano essere rimaste simili.

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Certi apparati dello Stato chiedono ai cittadini un rigore che non applicano a sé stessi e ai propri uffici. La vicenda che racconto oggi è quella del tipo che alza la voglia di secessionismo per quanto è ingiusta. La storia nasce sull’autostrada A4, la Milano Torino, vicino all’ uscita di Arluno. Quell’autostrada che costa 3,00 euro per fare meno di circa 8 chilometri.

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Coinvolge una donna, un’agente di commercio, che è anche una mamma. Una lavoratrice che vive di spostamenti, di chilometri, di appuntamenti incastrati al minuto. Di figli di cui bisogna gestire la giornata pur stando a 100 km di distanza. Un attimo di distrazione in auto, un messaggio che non si può lasciare in sospeso, lo smartphone che non fa quello che dovrebbe fare, il Bluetooth che smette di funzionare, un gesto inconsulto della mano che si allunga verso lo smartphone e lo prende proprio nel momento in cui un’auto della polizia stradale è alle spalle. Nessun incidente, ma una imprudenza grave, imperdonabile, dettata dalla vita sincopata che proprio l’organizzazione dello Stato ci costringe a vivere di questi tempi.

Gli agenti della Polstrada la vedono, e scattano le sirene e la paletta. La donna non fugge, si ferma, e si sente umilmente tutta la sgridata, sa di aver sbagliato. Poi scopre che sua patente è sospesa e le viene trattenuta, e cade nella disperazione. Fin qui nulla da eccepire: la legge è legge, e chi sbaglia paga e paga caro.

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L’agonia comincia dopo. Alla signora viene consegnato un foglio con indicati i riferimenti della multa da pagare e un foglio con istruzioni su chi e come chiamare per avere informazioni. Uno è il numero di telefono dell’ufficio patenti della prefettura, che dovrebbe rispondere dalle 10 alle 12 tutti i lunedí e tutti i mercoledí e l’altro l’indirizzo email pec, sempre della prefettura. Passano i giorni. Ogni giorno la signora cerca risposte. Chiama la prefettura di Novara, la polizia stradale di Novara, la polizia locale del suo paese, la questura di Milano, la prefettura di Milano, ma nessuno le dà risposte chiare. Ne sono testimone personalmente.

Fino al 20 dicembre non si è capito dove fosse finita la patente, e tantomeno per quanto tempo sarebbe rimasta sospesa. Il 20 dicembre dalla polizia stradale si viene a sapere che la patente è stata inviata alla prefettura di Milano, in corso Monforte. Dal 3 fino al 22 dicembre la nostra autista non ha saputo per quanto tempo la sua patente fosse stata sospesa, però non può guidare già da 20 giorni.

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La prefettura di Milano

In questi 20 giorni sono stata la testimone dell’agonia di questa donna. Ero presente ai suoi tentativi di contatto all’ufficio patenti della prefettura di Milano negli orari indicati. Posso dirvi che nei tentativi fatti, davanti a me, cadeva la linea. Sia che si passasse dal centralino sia con l’ interno diretto. Al massimo si arrivava al secondo squillo di telefono: dava per qualche attimo una speranza che subito dopo era disillusa.

Torniamo alla nostra colpevole vittima

Per chi lavora su strada, venti giorni non sono un dettaglio: sono reddito che salta, clienti che si perdono, contratti che rischiano di sfumare. Sono datori di lavoro che si innervosiscono e cui non si può dire nulla. A quel punto la donna fa ciò che ogni cittadino dovrebbe poter fare: scrive una PEC alla Prefettura, chiedendo informazioni. Non favori, non scorciatoie. Solo sapere quanti giorni di sospensione siano stati comminati, per organizzare la propria vita lavorativa. La PEC arriva, viene ricevuta, ma non ottiene risposta. Di norma, salvo termini diversi, hanno 30 giorni per rispondere.

Siamo al 23 dicembre. Dalla polizia locale arriva una telefonata. “Signora, buon Natale. E’ arrivata da noi la sua patente. Venga a prenderla e può ricominciare a guidare.” L’incubo della signora è finito, la sospensione è finita. Però la questione rimane aperta.

L’ufficio stampa

Il silenzio non è stato solo quello dell’ufficio patenti. Come giornalista, prima di scrivere questo articolo, volevo chiedere alla prefettura di Milano di dirmi come funzionava la gestione del ritiro delle patenti di chi era sorpreso a usare il telefonino mentre era alla guida, e perché non rispondevano alle telefonate degli utenti. Insomma volevo sentire anche l’altra parte. Non c’è stato verso. Non sono riuscita a trovare un numero di telefono. Anche chiamare l’URP è complicato. Bisognerebbe innanzi tutto capire se l’Ufficio Relazioni con il Pubblico della prefettura ha un numero di telefono cui risponde un addetto.

Io mi sono dovuta arrendere: non lo ho trovato e ho dovuto adattarmi a scrivere questo articolo senza sentire la controparte. E’ una cosa triste, cui non sono abituata. Chissà, magari qualcuno di quegli uffici lo leggerà, e mi chiamerà al telefono, magari la mattina di Natale, per chiarire qualcosa, o chiedere una rettifica o per inviare una replica. Già, noi giornalisti, specie se direttori di una testata, dobbiamo essere sempre raggiungibili e pubblicare online indirizzo email e numero di telefono professionale. Altre cariche pubbliche, ben più importanti, pare siano esenti da questa esposizione.

Un problema conosciuto

A dire il vero non è da oggi che mi lamento. Nonostante io, e Co Notizie, si sia accreditati ovunque, con la prefettura di Milano c’è sempre stato questo problema. Avrò lasciato loro indirizzi email e numeri di telefono diverse volte. Non ricevo i comunicati stampa riguardanti le operazioni interforze sulla provincia di Milano. Eppure la prefettura ha contatti con la stampa: cioè, li ha con i giornali cartacei famosi, tre o quattro, e ad altri cronisti quei comunicati arrivano.

Sono questi i piccoli segnali, quella sensazione di essere snobbati, che nei lombardi fa crescere una certa voglia. Come diceva un famoso spot: “Ambrogio, non proprio fame, ma voglia di qualcosa di buono”. Ecco: voglia di secessione. E’ quel piccolo “non so che” che nasce di pancia in reazione alla parola “eccellenza”, quando da aggettivo sinonimo di “cosa fatta estremamente bene” diventa un sostantivo che richiama l’arroganza e la mancanza di rispetto. Come quella della famosa frase romanesca di Alberto Sordi, nel film “Il Marchese del Grillo”.

La trasformazione del tema

Ora però smetto di essere individualista e torno alla visione politica e amministrativa. Il prefetto è il rappresentante del Governo sul territorio. La Prefettura è un ufficio dello Stato che, piaccia o no, non ha un numero infinito di competenze operative. Non gestisce sanità, trasporti, scuola, servizi sociali. Proprio per questo, quando assume un compito, dovrebbe essere in grado di espletarlo con tempi certi, chiari, compatibili con una città come Milano, e nel rispetto dei cittadini.

Se la Prefettura non è in grado di gestire le sospensioni delle patenti con tempi “milanesi”, e contemporaneamente dare informazioni allora la domanda è legittima: perché farsene carico? Perché tenere in mano un procedimento che incide direttamente sul lavoro e sulla vita delle persone, se poi non si è in grado di rispondere al telefono o di dare informazioni ad un giornalista? Nessuno parla di efficienza perfetta, ma altrove almeno un vice capo di gabinetto risponde, almeno una traccia viene data, almeno un contatto umano esiste.

A Milano no. A Milano la sensazione è quella di un ufficio che pretende rispetto istituzionale ma non restituisce lo stesso livello di attenzione ai cittadini. Non si chiede indulgenza. Non si tratta di cancellare sanzioni o chiudere un occhio.

Si chiede solo che lo Stato faccia lo Stato. Che se sospende una patente di guida, sappia anche dire in tempi brevi dove tale patente si trova e per quanto tempo resterà sospesa. Che se lo Stato impone regole severe ai cittadini, sia altrettanto severo con i propri tempi e le proprie risposte, e con la propria trasparenza nel corretto rapporto con la stampa, oltre che con i cittadini. Questa storia non parla solo di una patente. Parla di fiducia nelle istituzioni.

E se la fiducia si logora per colpa di una burocrazia muta, distante, autoreferenziale e che ha atteggiamenti snob, non dovrebbe stupire che qualcuno, già anni fa, abbia iniziato a pensare che forse il problema non era il cittadino, ma il centro. E che fosse necessario mandare il centro a fare il centro di qualcun altro, per risolvere il problema. Il problema, infatti, non è l’autorità. Il problema è l’assenza di responsabilità dell’autorità. E su questo, Milano – capitale economica del Paese – merita molto di più, dallo Stato.

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Redazione CNNZ

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