Cronache di un’attesa in sala di aspetto: “Cellulare, mamma!”
Ieri alle 18 sono andata a fare una visita in un centro con molti poliambulatori. Nella sala di aspetto c’erano una mamma con un bambino di circa quattro anni e una coppia di anziani. Il bambino, con le sue richieste a gran voce e i colpi di piedi sul parquet, metteva a dura prova i miei nervi già tesi: “Voio il culluale ( cellulare), mamma! Finiccila e demmeo!”. La madre, dopo venti minuti in cui si era limitata ad allontanarlo con la mano, ha ceduto, glielo ha dato e lui ha iniziato a correre nel corridoio con i cartoni animati a tutto volume.
Ho sospirato, sperando che la dottoressa mi chiamasse presto (in realtà, sarei rimasta lì quasi due ore e non mi ero nemmeno portata un libro da leggere). Quando finalmente il piccolo è entrato in un ambulatorio, ho socchiuso gli occhi e ho aspettato, iniziavo ad avere fame. Dal corridoio sono arrivati un uomo, una donna, il figlio di circa dieci anni e una figlia di poco più piccola. Hanno occupato quattro poltrone e ognuno di loro aveva un cellulare in mano.
Poco dopo, il bambino di quattro anni è uscito dall’ambulatorio e ha chiamato dentro la mamma; sono rimasti dentro dieci minuti e poi se ne sono andati, con lui che urlava di nuovo: “Celluale! ( cellulare)” Il dottore ha chiamato il ragazzino della famiglia appena entrata: aveva occhiali spessi, il naso incollato al telefono e un paio di quaderni sulle gambe. I genitori hanno salutato il dottore e lui è entrato. Ho pensato che fosse strano che entrassero da soli, così piccoli.
Facendo qualche ricerca, ho scoperto che si trattava di un ambulatorio per disturbi dell’apprendimento e del linguaggio. Mentre i genitori, con il volume decisamente alto, si scambiavano battute e ridacchiavano per i video idioti che si inviavano a vicenda, ho osservato la bambina. Era decisamente in sovrappeso per la sua età, e non lo dico per una questione estetica, ma solamente per la sua salute.
Era salita con le scarpe sulla poltrona di pelle e, con il telefono incollato agli occhi, si era accovacciata lì, dove altri si sarebbero seduti magari pensando di trovarla pulita. Strizzava gli occhi ripetutamente, avvicinava e allontanava lo schermo per mettere a fuoco, per fastidio o solo per un tic nervoso. I suoi genitori non sembravano notare nulla; non conosco la storia familiare, non conosco le dinamiche per gestire determinate difficoltà, ma una cosa la so: non vedo più bambini con fogli da colorare, astucci con pennarelli, libri da sfogliare o giocattoli per intrattenersi.
Amo la tecnologia e il progresso, ma, senza avere alcun tipo di competenza medica né scientifica, so che questo non è un atteggiamento sano. Naturalmente, non posso dare la colpa a chi pesta i piedi e urla, a chi ha una difficoltà da combattere, né a chi non sa, che non si sale con le scarpe sulla poltrona della sala di aspetto.
Ma una cosa la so, i bambini hanno bisogno d’amore e di attenzioni, della voce di un genitore che ti legge una storia, che ti ascolta e che ti guarda negli occhi e, anche se ha avuto una giornata pesante riesce a trovare il tempo di sedersi con i propri figli senza delegare quei momenti ad un piccolo display. Finalmente la dottoressa mi chiama, sono le venti e quindici e mi è scappata la fame.



Concordo con i bambini ci vuole amore e attenzione, con mio nipote faccio le torte perché gli piace pasticciare e assaggiare. Ci divertiamo insieme, così fa anche con i genitori