Lo sminamento ad onde elettromagnetiche

Fra la moltitudine di nuove tecnologie introdotte durante la Seconda Guerra Mondiale, perfezionate durante lo svolgimento del conflitto ed ancora oggi utilizzate vi sono le mine navali ad innesco magnetico. Le mine marine più semplici vennero già ampiamente utilizzate durante la Grande Guerra da entrambe le fazioni prevalentemente come arma difensiva: queste armi venivano depositate da apposite imbarcazioni dove si presumeva che il naviglio nemico avrebbe dovuto transitare in caso di attacco.

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Tuttavia un grande limite di questi ordigni risiedeva nella natura dell’innesco, a contatto, che impone alle sonde della mina di toccare lo scafo dell’imbarcazione per poter detonare. Tutto ciò limita la profondità a cui la mina può essere immersa a non più di sette o otto metri, affinché l’ordigno possa entrare in contatto con lo scafo della nave.

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Le mine marine ad Aghi

Per ovviare a questo problema prima del secondo conflitto mondiale i tecnici tedeschi svilupparono le mine marine ad aghi, che sfruttano il campo magnetico terrestre e le sue variazioni. Questi ordigni sono dotati di sonde che vengono calibrate sul livello medio del campo magnetico terrestre; sempre queste sonde sono in grado di rilevare variazioni significative del flusso magnetico concatenato, causate ad esempio dal transito della grandi masse metalliche degli scafi delle navi. Il grande vantaggio di queste mine risiede proprio nel fatto che non necessitano del contatto e quindi possono essere depositate a profondità tali da essere difficilmente avvistabili dagli equipaggi delle navi in transito e dei dragamine appositamente utilizzati per la bonifica delle acque.

Risulta anche più semplice depositarle, in quanto possono essere lanciate dagli aerei, proprio come fecero o tedeschi utilizzando gli idrovolanti Heinkel He 59 e He 115.
Durante le prime fasi della battaglia dell’Atlantico capitava spesso che le poche imbarcazioni sopravvissute al pericoloso viaggio attraverso le acque pattugliate dagli aerei della Luftwaffe (l’Aeronautica Militare tedesca) e dai branchi di lupi della Kriegsmarine (la Marina Militare tedesca) finissero vittime di un’improvvisa esplosione a poche decine di metri dal porto.

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Gli anelli di bonifica inglesi

sminatore wellington

Chiaramente ciò destava grande preoccupazione sia presso i marinai della marina mercantile sia presso i vertici della Royal Navy (la Marina Militare Britannica) che non riuscivano a spiegare questi avvenimenti. Bisognerà aspettare il 22 novembre 1940 perché il segreto venisse svelato. Quella sera un idrovolante tedesco lanciò una mina magnetica presso il villaggio di Shoeburyness in una zona di mare in cui l’acqua si ritirò la mattina successiva a causa della fine dell’alta marea; gli abitanti del paese furono allarmati alla vista di questo ordigno e subito contattarono le autorità militari.

I tecnici inviati dall’esercito subito stabilirono un contatto telefonico via cavo fra la squadra di artificieri ed un registratore audio per sapere, in caso di un’improvvisa detonazione, quale passaggio del disassemblamento avesse causato l’esplosione. Fortunatamente per i tecnici ciò non successe si riuscì subito a svelare il segreto delle mine magnetiche.

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Come prima applicazione di queste scoperte gli inglesi pensarono ad uno strumento per bonificare rapidamente i tratti di mare da queste insidiose armi. Applicando le leggi fisiche che regolano l’induzione elettromagnetica idearono un anello metallico di circa quindici metri di diametro, fissato attorno ad un aereo e collegato ad un potente generatore.

Volando a velocità ridotte ed a bassa quota, questo anello è in grado si “simulare” il passaggio di una grande imbarcazione metallica e quindi far detonare le mine presenti in zona. Aggiungendo ad alcuni bimotori Vickers Wellington (denominati DWI Mk I) l’anello di bonifica, la Royal Air Force (l’Aeronautica Militare britannica) iniziarono subito le operazioni di bonifica; parallelamente vennero costruite anche dagli inglesi alcune mine magnetiche da lanciare nei pressi dei porti francesi da cui operavano gli U-boot.

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Lo sminamento ad onde elettromagnetiche

Gli anelli sminatori Mausi

Tuttavia i vertici della Wermacht avevano previsto la possibilità che il nemico potesse utilizzare questa tecnologia è già disponevano di anelli sminatori Mausi (Minen-Auslöse-Induktor) montati sui trimotori Junkers Ju 52 e quindi poterono permettere la continuazione delle attività sottomarine. Gli equipaggi degli aerei impiegati nelle operazioni di bonifica (da entrambi gli schieramenti) erano costantemente esposti a rischi, in quanto erano molto probabili le collisioni fra piloti impegnati in operazioni così monotone e ripetitive.

Sempre utilizzando i principi che regolano l’induzione elettromagnetica i genieri inglesi idearono un metodo per nascondere le variazioni di campo magnetico causate dagli scafi metallici; chiamata degaussazione in riferimento all’unità di misura dell’induzione magnetica Gauss, questa procedura prevede di esporre ad alte correnti elettriche l’intera nave.

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Così facendo si riusciva a ridurre la magnetizzazione, per alcuni mesi, dello scafo tanto da non essere più rilevabile dalle mine. Ancora oggi, nonostante l’impegno preso da molti paesi per bandirne la produzione e l’impiego, vengono prodotte una notevole quantità di mine, sia terrestri che navali; per quello che riguarda quelle navali l’innesco di natura elettromagnetiche viene ancora oggi utilizzato.

Cristopher Venegoni

Cristopher Venegoni

Sono nato e cresciuto tra Arluno e Ossona e studio giurisprudenza. la mia passione sono gli aerei e il volo, per questo sono guida volontaria al Museo di Volandia, Varese.

2 pensieri riguardo “Lo sminamento ad onde elettromagnetiche

  • Avatar
    16/02/2017 in 00:22
    Permalink

    sono un modellista in procinto di costruire un wellington dwi con anello sminatore
    so che il generatore era un motore automobilistico FORD V8 e successivamente un aeronautico GIPSY SIX.
    non ho trovato però in rete nessuna informazione nè foto circa l’alloggiamento di tali motori in fusoliera e di eventuali serbatoi e sfiati e/*o prese d’aria. puoi essermi d’aiuto?

  • Ilaria Maria Preti
    23/02/2017 in 13:02
    Permalink

    ciao, scusa il ritardo della risposta. Ti ringrazio di aver letto l’articolo. Ho chiesto all’autore. Purtroppo non riesce ad aiutarti, ma chiederà ad altri, al museo di Volandia, se ne sanno qualcosa.

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