Il lavoro rende liberi in Italia? Stranieri, in mostra a Ossona, che hanno così ottenuto identità in società

Il fotografo Fabrizion Jelmini (dx) con l'assessore ossonese Giovanni Oldani in villa Litta

Ottenere identità sociale grazie al lavoro. Un bisogno di tutti, che non ha bandiere nazionali ma che ai giorni nostri non è così scontato. A immortalare chi “ce l’ha fatta” tra gli stranieri è stato il giornalista fotografo freelance Fabrizio Jelmini di Arconate e grazie alla collaborazione con Pino Pece Ceriotti di Busto Arsizio, che ha tradotto l’arte dell’amico in tele-quadri concreti e particolari grazie alle scritte in lingua originale dei soggetti professionisti in mostra. Un progetto di contaminazione artistica approdato in villa Litta a Ossona per la patronale di San Bartolomeo il 24 e 25 agosto 2019, che tocca anche le nostre radici in quanto Ceriotti è parte di una famiglia che proprio a Busto Arsizio era titolare di una tessitura storica.

“La mostra nasce nel 2005, dopo aver compiuto viaggi in diverse parti del mondo in qualità di fotografo professionista – spiega Fabrizio Jelmini – Poi l’idea e la scelta dei soggetti: persone incontrate, stranieri, che hanno trovato identità sociale, un loro posto nel mondo in Italia e grazie al lavoro”.

Tra le tante storie quella dell’imprenditore nella ristorazione Joel David Avila Guevara, cubano ma che ha trovato la sua casa a Legnano; Netnapa Nonghian, che dalla Thailandia è riuscita a diventare direttrice di un sushi ad Arconate; Ahari Azuma, architetto giapponese che ora vive e lavora a Milano.

Scatti eseguiti con pellicola Polaroid positivo/negativo che danno l’idea (anche grazie al tipo e colore del tessuto usato) di un’immagine sospesa in un tempo non ben identificato. Del resto parlano di una storia che si ripete in ogni parte del mondo, di generazione in generazione. La mostra è visitabile gratuitamente anche questo pomeriggio.

Cristina Garavaglia
Cristina Garavaglia 262 Articoli
Giornalista

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