L’ eredità di Giordano Pirola, milanese de Bagg

Passati i duri momenti del trapasso, della separazione, delle esequie, della tumulazione, si pensa con più profondità, quasi procedendo per sintesi, a chi ci ha lasciato. A Giordano Pirola. Perché il dolore, anziché scomparire, si acuisce, diventando reale, reso concreto dalla realtà della mancanza.

Si procede per sintesi, dicevo, perché è un po’ come passare la mano su una superficie e rilevarne le rugosità e differenze, quegli aspetti caratterizzanti che in precedenza, nel fluire della vita, forse non si erano adeguatamente focalizzati.
Anche noi, amici da tanti anni, ci sentiamo quasi costretti a rievocare Giordano, a chiederci chi Giordano sia stato per tutti noi, a passare quella mano, proprio perché ne avvertiamo il grande vuoto di presenza, che ora va ripensata.
Era nato a Baggio, come orgogliosamente rispondeva a chiunque lo interpellasse al riguardo; lì ha sempre vissuto, lì ha fecondamente operato, lì è morto, lì le sue ceneri staranno.

Giordano Pirola, milanés de Bagg

Se ne potrebbe arguire che stiamo parlando di un personaggio certamente molto conosciuto e amato nel suo pur importante quartiere milanese, un tempo autonoma e orgogliosa sede vescovile, profondo e attento conoscitore sotto i più variegati profili del “suo” territorio e della gente che lo abita, ma la cui personalità non travalicasse, per attività e conoscenze, i ristretti confini della municipalità di appartenenza; una persona per la quale, insomma, il centro di una grande città mitteleuropea come Milano avrebbe potuto essere anche troppo distante. E, invece, non è così. Manco per nulla.

Già il fatto che fosse così radicato in quella specifica località, Baggio, ci suggerisce che ben conosceva, fin da ragazzetto, i sotterranei sommovimenti di quello che, durante il ventennio fascista, era uno dei principali luoghi nazionali di aggregazione operaia, contraria al regime e sostanzialmente gestita nel profondo dagli allora clandestini partiti socialista e comunista: Baggio la rossa, si diceva ben prima di Sesto San Giovanni, la cosiddetta Stalingrado d’Italia.

Giordano Pirola. Testimone della sua epoca, fino alla fine

Personalmente conosceva, almeno di vista, i protagonisti delle storie di quel tempo, ne sentiva parlare in famiglia: la Gianna e il Capitano Neri, per esempio, assassinati probabilmente dai loro compagni per via della destinazione di quel tesoro, l’oro di Dongo, che Mussolini portava con sé durante la sua fuga verso la Svizzera. Un teatro di valenza almeno nazionale, dunque, tutt’altro che ristretto, anche se di ottica parziale.

Da giovane, negli anni cinquanta del secolo scorso, divenuto in breve caporeparto di una grande industria milanese del settore telefonico (l’altissima tecnologia di allora) dopo una breve esperienza in proprio, col suo dinamismo e la sua saggezza, da sempre intessuta di burbera ironia, si era imposto come riferimento non solo per i compagni di lavoro ma anche per la dirigenza, che allora coincideva con la proprietà, della quale godeva la fiducia, anche per il fatto che, se qualcosa aveva da osservare, non lo mandava certo a dire ad alcuno, proprietario compreso.

Un “originàl vàca”, insomma, si direbbe in milanese.

Anni dopo, e poco prima che avvenisse il trasferimento dell’azienda a una società del nord-Europa, l’internazionalizzazione di allora, precorritrice della successiva micidiale globalizzazione mercantil-finanziaria, fu convocato dai proprietari per essere aiutato a tornare a “mettersi in proprio”, com’era nella generale aspirazione di quel tempo, sulla base di contratti autonomi, ma duraturi nel tempo, coll’azienda stessa. Dalla proprietà, sorprendentemente, pretese invece che l’offerta fosse estesa a tutti i compagni di lavoro ritenuti capaci e meritevoli: molti accettarono, e parecchie di quelle aziendine, dopo alterne vicende, sopravvivono ancora oggi, e, anzi, alcune di esse si sono di molto ingrandite e prosperano.

In quella fase ebbe un duro scontro coi sindacati social-comunisti: lui, allora convintamente di sinistra, toccò con mano la contrapposizione fra l’interesse dei lavoratori, nella circostanza addirittura favorito, secondo la sua opinione, dalla stessa proprietà, e quello dei sindacati, volti soltanto a mantenere compatta la massa operaia. Nei fatti, aveva ragione lui: quell’azienda è mestamente chiusa da qualche decennio e la sua promettente tecnologia, foriera di grandi sviluppi, è finita chissà dove.
E lui? Lui aveva animo d’artista, era uomo libero e saggio, e invece dell’aziendina di telefonia si aprì una cartolibreria: a Baggio, ovviamente, nella centrale via Rismondo.

Orgoglioso di calcare il palcoscenico Della Scala

Non fece altro che seguire quel percorso che da giovanotto aveva trascurato a favore del lavoro: dotato di una splendida voce lirica, era stato per alcune stagioni scaligere e alcune partiture (Turandot, Il trovatore e, forse, non vorrei sbagliarmi, La forza del destino) “il vice” del grande Giuseppe di Stefano, quello dei duetti con Maria Callas. A quel tempo, “il vice” non poteva nemmeno pensare a carriera canora alcuna: si cantava per pura passione, orgogliosi di calcare il palcoscenico della Scala, e i magrissimi compensi erano tanto di guadagnato. L’importante era il lavoro, e lui fumava più di un turco… tre pacchetti di Alfa al giorno.

La cartolibreria fu, pertanto, il suo modo di riaccostarsi a un mondo dal quale si sentiva attratto, quello della bellezza, dell’arte, della cultura, della libera ricerca di verità. Chi entrava in negozio per acquistare articoli di cancelleria lo trovava intento a leggere i testi per le scuole, le poesie in milanese di Carlo Porta, gli amatissimi Promessi Sposi, qualche pagina della Bibbia che particolarmente gradiva: diciamo pure che, eccettuati i testi scolastici, il commercio dei libri, spesso semplicemente prestati, risiedeva nella vendita dei libri che interessavano a lui. O così o così. E delle sue letture faceva partecipi i clienti, quelli che venivano per comprare la penna o la gomma per cancellare, sempre più numerosi e affezionati.

L’incontro con Umberto e con la Lega Nord

Nei primissimi anni novanta del secolo scorso conobbe Umberto Bossi. Per lui, raccontava, e per sua moglie Tina, fu come una folgorazione: rivalutò criticamente i fortissimi contrasti coi sindacati di anni addietro, il montante disagio verso la cultura socio-politica dominante nel suo stesso borgo natio. Con la moglie, la mitica Tina, fu tra i primissimi leghisti milanesi.

Cessata l’attività (gli acciacchi cominciavano a farsi sentire, le tasse continuavano ad aumentare, la burocrazia diventava sempre più asfissiante, e andare in pensione era ancora un giusto premio), fu per lui naturale trasformare il negozio nella sede dell’associazione culturale intitolata all’amico Roberto Ronchi, fortemente voluta da Bossi stesso, raggruppante, come propri fondatori, fra i quali Giordano e Tina, coloro che, per le decisioni unanimi del Parlamento di Chignolo Po e, poi, di Lodivecchio, furono equiparati (Speroni, presidente a Lodivecchio, sostituì il termine con “assimilati”, per dare maggior pregnanza) ai fondatori formali della Lega Nord.

I suoi Promessi Sposi

Le strutture e i libri della cessata cartolibreria divennero, così, gratuitamente, le strutture e i libri dell’associazione, che, negli anni, sotto la tenace spinta di Giordano e Tina, ha fatto miracoli in attività: innumerevoli convegni, tavole rotonde, concorsi artistici, spettacoli, festival canori (ti pareva…), “banchetti”, raccolta di libri da regalare alla sola condizione che venissero effettivamente letti… e tanto altro.
Ora, chi si attarderà a leggere qualche libro nella sede dell’associazione sentirà probabilmente di non essere solo nella lettura.

Da lassù, Giordano lo accompagnerà, magari rimbrottando lungamente se a qualcuno dovesse sfuggire l’affermazione che gli amatissimi “I Promessi Sposi” sono romanzo d’ispirazione regionale e quasi provinciale. Lui, agitando il pugno in aria, puntualizzerà ancora una volta, piccatissimo, che si tratta di un’attualissima, universale, sapiente Odissea popolare e religiosa del buon senso, valida soprattutto per la nostra gente, ma non solo: anche per l’umanità tutta. Da mandare a memoria. E da accostare al senso del vissuto di Giordano Pirola, milanés de Bagg. A rivederci, Giordanone, a reincontrarci ancora di persona. f.j. Associazione Culturale Roberto Ronchi – Milano

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