Donne padane per la tutela della lingue locali

antonia bertocchi tutela delle lingue locali

Nell’ambito di un ciclo di trasmissioni RPL, dall’ Aprile 2015 ho introdotto la problematica delle tutela delle lingue locali.

antonia-bertocchi-328x196 Donne padane per la tutela della lingue locali Magazine Storia e Cultura Ecco degli esempi. 9 aprile 2015, Ruolo della donna nella tutela delle lingue locali. 30 aprile 2015 I repertori della cultura popolare di tradizione orale. 7 maggio 2015 Importanza della tutela delle lingue locali. Si tratta di un tema molto complesso. Lo Stato manifesta una forte ostilità, sentenziando che a questa tutela non hanno diritto. Secondo il Governo italiano non possono considerarsi lingue minoritarie, ma solo dialetti. Intesi come forme linguistiche corrotte dell’italiano, derivate dal latino medioevale. Invece le Regioni si muovono a tutela delle loro lingue locali. Sta accadendo attualmente, soprattutto con le iniziative legislative della regione Veneto.

Sapendo, dalle mie frequentazioni della linguistica genealogica, che era vero il contrario, ho approfondito le ricerche. Ho tessuto un filo d’Arianna che continuerò a tessere fin che non saremo usciti da questo labirinto di falsità e ipocrisie. Falsità e ipocrisie che la cultura dominante sostiene nell’ossessivo quanto inutile sforzo di impedire che l’inarrestabile sete di identità dei popoli padani raggiunga i propri legittimi obbiettivi. Cioè la riscoperta e la valorizzazione della propria cultura popolare di tradizione orale.

Il ruolo della Koinè

Pertanto, nella puntata del 14 Maggio 2015 ho trattato il tema de “Il ruolo della koinè lombardo veneta nella nascita della lingua italiana“. Sono entrata nel vivo della questione della lingua, informando gli ascoltatori dell’esistenza di una koiné lombardo –veneta. Koinè diede un grande contributo alla nascita della lingua italiana, come riconobbe lo stesso Dante Alighieri. Sono proprio le vicende di questo laboratorio linguistico a farci capire come si pone correttamente questa problematica. A consentirci di chiarire quali sono state le vere relazioni genealogiche tra i dialetti italici, il volgare e la lingua italiana. Si tratta di un percorso di ricerca, di un campo aperto di studi, che dimostra la falsità dell’ idea che i dialetti siano forme corrotte del latino medioevale. Una bugia tutt’ora divulgata nella scuola e nella società. Però, come vi dicevo nelle puntate precedenti, citando l’Alinei, la linguistica oggi la rifiuta.

Fu Adolfo Mussafia, a evidenziare l’esistenza della koiné lombardo-veneta

Con koinè si intende, in estrema sintesi, una comunità di lingua e cultura e, nella storia dei Greci, è il primo loro dialetto comune, come lo fu per noi il volgare. “Agli albori della lingua italiana, sulla scia dei grammatici bizantini e latini, seguendo il Bembo, si intendeva per koinè la lingua comune italiana originata dai dialetti. Altri invece, come Leonardo Salviati e Machiavelli, aderendo a una visione ereditata dalla grammatica antica, capovolgevano il rapporto genetico. Attribuivano alla lingua toscana la posizione privilegiata di koinè, da cui sarebbero scaturiti i dialetti italiani. wikipedia.org/wiki/Koinè. Ed è questa la perdurante sovversione genetica, che lo Stato mantiene e di cui approfitta per impedire alle Regioni di tutelare i dialetti. Come si vede, questo errore ha autorevoli fondatori

Dunque “Adolfo Mussafia, docente presso l’Università di Vienna, aveva evidenziato l’esistenza della koiné lombardo-veneta, nella sua opera “Monumenti antichi di dialetti italiani (1864)”. Opera con cui proseguiva il lavoro di studiosi come Carlo Tenca, Bartoli, Salvioni riguardanti l’esistenza di un volgare illustre, che sarebbe stato in uso nell’Italia settentrionale già tra il XII ed il XV secolo.

Dante, Bembo e Manzoni

Culture digitali

Questa koiné medioevale lombardo-veneta si basava sulla spontanea convergenza dei volgari municipali dell’Italia settentrionale e nasce non strutturata. La strutturazione avverrà con la progressiva codificazione della lingua italiana ad opera specialmente di Dante, Bembo e Manzoni. E dell’Accademia della Crusca, che ha un sito molto documentato www.accademiadellacrusca.it. In seguito Carlo Tagliavini, nella sua opera “Le origini delle lingue neolatine” (1964- Patron) precisava che “Nell’Italia settentrionale gli scrittori lombardi e veneti stavano formando una κοινή letteraria che si manifestò con autori come Bonvesin de la Riva, Giacomino da Verona, Uguccione da Lodi, Girardo Patecchio wiki/Koinè_lombardo-veneta. Autori che ci sono familiari attraverso Dario Fo, Premio Nobel per la letteratura, e proprio delle letteratura volgare e dialettale, che lui ama frullare e arruffare simpaticamente nel suo comicissimo gramolo, ad esempio in Mistero Buffo che ha divertito tutti noi.wikipedia.org/wiki/Grammelotù. Attualmente un grande studioso sostenitore della koiné lombardo-veneta è Glauco Sanga. wiki/Koinè_lombardo-veneta.

De Vulgari Eloquentia

Ma la domanda cruciale è questa. Cosa aveva in mente Dante quanto nel De Vulgari Eloquentia, (vedi poster) definiva illustre il volgare cremonese? Il nostro dialetto, pur bellissimo, non è certo aulico e curiale, come dice lui. All’opposto, sappiamo bene come il romanesco non sia un turpiloquio. Evidentemente esiste una differenza tra ciò che Dante, e i suoi contemporanei, chiamavano volgare e i dialetti intesi come parlate vernacolari.

E allora, riprendiamo la citazione del volgare cremonese e lombardo di Dante, nelle utili considerazioni di Paola Benincà (Università di Padova) sulle citazioni tratte dall’ultimo capitolo del primo libro del “De vulgari eloquentia”. “Dunque, al modo in cui si può trovare un volgare che è particolare a Cremona, così si può trovarne uno particolare alla Lombardia e un altro proprio di tutto il sinistro lato d’Italia. E come si possono trovar questi, così si può trovar quello che a tutta l’Italia è comune. E come cremonese l’uno, lombardo l’altro e di mezza Italia il terzo, così questo che è di tutta l’Italia si chiama italiano”.

Paola Benincà

Paola Benincà commenta; “quando, passati gli Appennini (Dante) si pone ad esaminare i dialetti dell’Italia di sinistra (cap. XIV). Egli cita esclusivamente i dialetti del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, dell’Emilia e della Romagna”. Dunque dell’Italia settentrionale, che corrisponde alla nostra Padania, che sin dalla toponomastica romana, era descritta come una regione formata appunto, da Cispadania e Transpadania. Un’area che, anche per le sue vicende personali, Dante conosceva direttamente molto bene. “Dal passo che abbiamo esaminato ricaviamo che alla sua percezione dei fatti linguistici del suo tempo, risultava che in Italia esisteva un volgare, che pensiamo gli apparisse dotato di una sia pur fluttuante unitarietà. Egli lo chiama vulgare semilatium, il volgare con cui comunicava la metà settentrionale d’Italia”.  Come ricorda Riccardo Tesi in: “Un termine cruciale in Dante: vulgare semilatium (De vulgari eloquentia, I XIX 1). Studi liguistici italiani Salerno Roma- Salerno 2012.2.2012

Dialetti e lingua volgare son diversi modi di esprimersi

In Italia dunque esistevano ai tempi di Dante diversi volgari molto simili, da lui definiti illustri, che consentivano agli italiani, delle diverse regioni, di capirsi. Erano qualcosa di diverso dalle rispettive lingue vernacolari da noi chiamate correttamente dialetti. Era accaduto che già a partire dal Medio Evo, e specialmente durante le Crociate, l’incremento dei commerci, in Europa e in Italia, aveva fatto sentire la necessità di creare laboratori linguistici. Sorsero spontaneamente, allo scopo di uniformare lingue locali attigue. Per poter effettuare transazioni commerciali, e relazioni politiche, utilizzando un tipo di linguaggio il più possibile digitalizzato.

Ovvero, all’insegna di una fonetica la meno equivoca possibile. Suscettibile di essere scritto in modo chiaro e univoco. Facendo corrispondere il più possibile le lettere ai suoni. Cosa che con i dialetti è molto difficile e per niente pratica. E’ questo uno dei motivi delle difficoltà che si incontrano, quando si vogliono insegnare i dialetti. Ma la colpa no è  dei dialetti. E’ della pretesa di scriverli, quando costituiscono cultura orale e come tale devono essere tramandati.

Impulso dato dal commercio

I principali laboratori erano quello della Koiné Lombardo veneta, di cui ci stiamo occupando, quello toscano, e quello siciliano. Non a caso predomina alla fine il toscano. Sia perché nel Rinascimento con le Signorie vi ebbero forte impulso gli istituti bancari, la burocrazia, i codici civile e penali, la diplomazie e i commerci,sia perché grandi poeti, come Dante e tanti altri letterati e studiosi, lavorarono in sinergia per codificare una lingua, per diffondere la cultura italiana attraverso opere letterarie di alto prestigio, e livello estetico e culturale. Non dimentichiamo che Dante, nella Divina Commedia ci offre un vasto repertorio enciclopedico della cultura storica, letteraria, filosofica, giuridica, religiosa, ecclesiastica e classica della sua epoca, che ce ne facilita la ricostruzione.

Italiano, lingua franca come l’inglese

Per chiarire ancor meglio la situazione di dipendenza del volgare illustre, che darà vita all’italiano, dai dialetti, vale l’esempio di quello che è accaduto a Cremona. Una città che Dante apprezzava per il suo volgare illustre, che evidentemente, non corrispondeva al dialetto popolare, quello che ancora parliamo. Ovviamente con tutte le modifiche che possono essersi verificate durante secoli di dominazione, longobarda, spagnola, francese. A Cremona il laboratorio del volgare illustre era stato fondato da Gherardo Patecchio, il cui contributo è noto e oggetto di Convegni di studio, e da Ugo de Persegh, meno conosciuto, ma che mi piace ricordare. Le notizie che lo riguardano ci fanno toccare con mano la consistenza del processo di volgarizzazione dei dialetti lombardi. Cioè del loro contributo alla Koinè lombardo veneta di cui Dante riconobbe l’importanza.

Ugo De Persegh, infatti, secondo un antico e prezioso articolo dello storico cremonese Giuseppe Cugini di martedì 22 agosto 1961 su  La Provincia quotidiano di Cremona, apparteneva ad una fra le più nobili e illustri famiglie cremonesi. Nel 1213 fu delegato, con altri notabili, a offrire un palio ricamato in oro all’Imperatore Federico II, quando, tornato dalla Sicilia, si fermò a Pavia. Inoltre fece parte dell’ambasceria che si recò in Germania per ottenere dall’Imperatore la conferma dei privilegi concessi a Cremona.

Fece anche parte con Buoso da Dovara, della guardia d’onore di Re Enzo. E sul campo di battaglia di Fonsalta, dove il Re fu sconfitto, fu portato con lui prigioniero a Bologna. In seguito si trasferì a Cremona, dove aveva uno studio notarile in un ricco palazzo. Ma spesso tornava nella sua fattoria natale di Persichello ( Persegh in dialetto cremonese) frazione di Persico,oggi Persico d’Osimo, per assaporare la poesia della vita campestre e così ispirato, poetare lui stesso. wiki/Persico_Dosimo.

Ugo De Persegh

Lo vediamo dunque svolgere ruoli politici, diplomatici, giuridici, burocratici, che richiedevano quello che potremmo definire un interprete. In grado di comunicare in modo non equivoco con Re, Imperatori, classi dominanti. Cosa che la koiné lombardo veneta rendeva possibile, sia oralmente che per iscritto. Non mi stupirei se un giorno si scoprisse che proprio per questo Federico II insediò a Cremona il suo quartier generale. Vedremo prossimamente come sia possibile risalire ancora più indietro nel tempo, persino a prima dell’anno mille. Ripercorrere le vicende culturali, sociali, politiche, che resero necessario passare, in Italia e non solo, dai dialetti alle koinè del volgare, quali laboratori della lingua nazionale.

Antonia Bertocchi
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Sono cremonese e come antropologa mi interesso di tradizioni popolari padane e di problematiche identitarie. Collaboro con l’International Institute of Humankind Studies di Firenze di cui sono socia. Ho al mio attivo un centinaio di pubblicazioni su diversi rami dell’antropologia, dalla Biologia Evoluzionistica all’ Antropologia Pedagogica, dall’Arte Preistorica all’ Ecomuseologia. Tra i saggi che ho pubblicato figurano molti atti di congressi tenuti presso le univerisità di Firenze, Chieti, Genova, Torino, La Sapienza di Roma, Manchester (U.K.) e presso la Yunnan University di Kunming – Cina. Sono fondatrice del campo di studi del Femminismo antropologico e presidente dell’associazione Donne padane di Cremona. www.ecoantropologia.net, www.demologia.it , www.donnepdanecremona.org

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