Referendum. Intervista al prof. Stefano Bruno Galli

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Referendum – Le ragioni del No. Intervista al prof. Stefano Bruno Galli, professore universitario di storia dei sistemi democratici e capogruppo della Lista Maroni in regione Lombardia sul referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre.

stefano-bruno-galli-324x262 Referendum. Intervista al prof. Stefano Bruno Galli Politica Prima Pagina   Per avere un’idea più  ampia possibile di quello che si nasconde dietro il referendum del 4 dicembre abbiamo pubblicato diversi articoli sulle due possibilità, quella per il SI e quella per il No.  Ma si sentiva anche la necessità di ascoltare la visione di qualcuno non cercasse di convincere, che andasse al di là delle sue convinzioni personali,  ma che ci dicesse cosa succederà dopo il referendum nel caso in cui vinca il Si  e nel caso in cui vinca il No.  Il prof. Stefano Bruni Galli ci ha concesso questa intervista.
La sua visione più tecnica della riforma proposta da Matteo Renzi, dei suoi effetti concreti e la sua diretta esperienza sui metodi della democrazia, ci darà qualcosa su cui riflettere in questi ultimi giorni prima del referendum del 4 dicembre.

Prof. Galli  siamo in attesa di andare a votare per il referendum costituzionale. Lei è un esperto di studi costituzionali. Come vede questo referendum?

La prima considerazione da fare è che nella Costituzione del 1948 si sono riconosciuti tutti i partiti, dal 1948 ad oggi. E’ un formidabile strumento per ricomporre le fratture dal punto di vista ideologico e quindi anche dal punto di vista sociale. Praticamente ci si sono riconosciute tutte le forze politiche, la DC, il PCI, Forza Italia, la lega, l’italia dei valori, il pd. Salvo una: il Movimento Sociale nella fase della Prima Repubblica. Metterci le mani adesso, ci consegnerà, all’indomani del referendum, un paese spaccato in due come una mela. Una parte non si riconoscerà nella nuova Costituzione perchè non si riconoscerà nell’esito referendario. Cioè, oggi come oggi, è talmente aspro il conflitto che sta spaccando il paese fra si e no, che questa formidabile leva per la risoluzione dei conflitti, rappresentata dalla Costituzione, non sarà più tale.

Temo che si inneschi una deriva disgregativa della socialità che, in uno scenario come quello attuale, giudico molto pericolosa. I più accreditati studi ci dicono che oggi il livello di Pil del paese, cioè di fatturato, è uguale a quello del 1999. Siamo indietro di quasi 20 anni. Questo paese raggiungerà i livelli di Pil del 2007, che è l’anno di massima crescita prima della crisi, solo nel 2025, se le cose continuano così. In un momento di crisi come questa, dove per ancora 10 anni circa rimarremo in questo fango, spaccare in due il paese è un atto di irresponsabilità istituzionale. Consideriamo anche che la riforma costituzionale ha delle grosse contraddizioni; nella testa di chi l’ha pensata c’era una gran confusione in merito all’articolazione istituzionale e alle funzioni da attribuire.

Un esempio?

Ad esempio, butta fuori il bicameralismo paritario dalla porta e lo fa rientrare dalla finestra: ci sono 16 materie di competenza bicamerale. Oggi ci sono una procedura legislativa ordinaria e una procedura legislativa straordinaria, cioè la legge e il decreto legge. Domani ci saranno 9 procedure legislative. La Corte Costituzionale impazzirà nel disciplinare queste 9 procedure legislative. Temo che adottando questa riforma il paese vada a sbattere. Invece di essere il paese magnificato, con un sistema più agile, più snello, più moderno, a causa di queste contraddizioni diventerà un sistema più lento, più farraginoso e di conseguenza più costoso. E questi costi finiscono direttamente sulla spesa pubblica. Ecco perché ritengo anche questo un atto di irresponsabilità istituzionale. E’ un atto di irresponsabilità istituzionale anche aver alzato i toni, ed è un atto di irresponsabilità istituzionale aver solo pensato questa riforma.

Se vince il Si?

Se vince il Si temo che scorra il sangue all’interno del partito democratico. E’ una battuta, ovviamente, ma la principale frattura è dentro il partito democratico. Se passa il Si, Renzi non lo ferma più nessuno, questo è il punto. Se passa il Si, andrà a regime una riforma costituzionale che rischia di portare il paese a sbattere. Questa è la fosca previsione, ma non perché sono schierato sul fronte del No, ma perché le contraddizioni dal punto di vista tecnico sono tantissime.

Culture digitali

Faccio un esempio. Tutte le camere territoriali funzionano con il mandato imperativo. Oggi quando un parlamentare viene eletto alla camera o al senato, si deve spogliare degli interessi economici e ideologici culturali e associativi che lo hanno portato fin lì, per abbracciare l’interesse generale del paese. Questo è il compito del legislatore parlamentare. E’ del tutto evidente che se voglio costruire un’assemblea dei territori devo levare questo articolo e devo inserire, per l’assemblea dei territori, il mandato imperativo. Devo, cioè, consentire al futuro senatore di rappresentare e tutelare gli interessi territoriali che sono degli interessi particolari. Non di inseguire l’interesse generale del paese. Poi, chiamarlo senato, secondo me, è stata una stupidaggine.

Viene eletto un senatore della Lombardia e va a Roma per seguire gli interessi generali dello Stato di Roma. E’ una contraddizione, bella e buona. Sulla base di questo, le certifico che il nuovo senato non funzionerà affatto. Sono tali e tante le contraddizioni nella riforma costituzionale che rischiano di far imballare il sistema. Se il sistema si blocca,  farà crescere i costi, che andranno dritti nella spesa pubblica. Ecco perché son convinto che la battaglia per il No sia anche una battaglia di democrazia e per la stabilità dell’istituto democratico.

Un’appendice a “Se vince il si”

Se vince il si, tra l’altro, è vero quello che sostengono alcuni rispetto alla possibilità di mettere in futuro mano alla costituzione, cioè nei dibattiti in cui partecipo quelli del Si dicono: “va beh, è vero che è una schifezza. Però cominciamo a provare quella e poi la cambieremo. Poi la metteremo a posto, la struttureremo meglio.” E’ un ragionamento inaccettabile, perchè l’articolo 138, quello della revisione costituzionale, in un sistema bicamerale paritario, cioè con le due camere, camera e senato, che fanno le stesse cose, prevede la doppia lettura proprio perché le due camere sono pari.

Ma se una la depotenzio e la trasformo nella sua fisionomia, non ho più un sistema bicamerale paritario e allora come faccio a mettere mano alla Costituzione visto che l’articolo 138 mi impone il doppio passaggio in un un sistema bicamerale paritario? Per cui è vero che non si potrà più mettere man alla Costituzione.

Se vince il No che cosa succede?

Se vince il No si rimane a bocce ferme. Il primo intervento da fare, poi, è nell’articolo 138. Ha dimostrato di non funzionare. La diagnosi del sistema istituzionale italiano  risale alla fine degli anni 70, primi anni 80. Fino  agli anni 70 nessuno si era posto il problema di mettere le mani nella Costituzione. Sul finire degli 70, quando sono andati in crisi i processi decisionali e i governi sono diventati ostaggio dei parlamenti, allora si è diffusa l’idea di cambiare la Costituzione.

E’ una teoria che ha alimentato e sostenuto diversi progetti: quello di Craxi negli anni 70, quello di Gianfranco Miglio negli anni 80, il decalogo Spadolini, con cui Spadolini fu rieletto presidente del Consiglio per la seconda volta. L’analisi di che cosa non funziona, l’idea di rafforzare l’esecutivo, l’idea di potenziare il rapporto Stato – Regioni, erano già in quei documenti là. Bastava fare le riforme in quei momenti, invece di far passare inutilmente 30 anni.

Perché inutilmente?

Perché inizialmente si è seguita la strada delle commissioni bicamerali: la bicamerale Bozzi, la bicamerale De Mita Iotti, la bicamerale D’Alema. E’ la strada che si è scelta negli anni 90 per metter mano alla Costituzione. Strada che ha portato ad un nulla di fatto. A partire dal secondo millennio, dopo il fallimento delle bicamerali, il ricorso è di approvare le riforme costituzionali in parlamento con la maggioranza semplice e di andare alle urne. E’ evidente che nel 2001, nel 2006 e nel 2016 il referendum ha dato risultati così differenziati che diventa davvero difficile cambiare la Costituzione con l’articolo 138 vigente.

La legge elettorale

Abbiamo percorso la strada della bicamerale e ha dato nulla di fatto; abbiamo percorso la strada referendaria e ha dato nulla di fatto. E’ evidente che c’è qualcosa che non va nel metodo, e il metodo è quello prescritto dall’articolo 138. Se vince il no, la prima cosa da fare è cambiare l’articolo 138 (questi 30 anni hanno dimostrato che non funziona). La seconda cosa da fare è una legge elettorale decente. La consulta è stata saggia ad annunciare la propria sentenza sull’italicum a dopo il 4 dicembre. Così ha evitato di complicare e inasprire ulteriormente la campagna referendaria. Sta di fatto che la mia previsione è che, se la consulta va avanti in linea di continuità con ciò che è stato contestato al Porcellum, anche larghe parti dell’italicum dovranno essere riscritte.

Nella sentenza 1 del 2014 la consulta  contesta due cose al porcellum: le liste bloccate e il premio di maggioranza troppo generoso.  L’italicum conserva sia l’uno che l’altro. Dà la possibilità, ad esempio, ai capilista di candidarsi in 10 collegi, e ha un premio di maggioranza molto generoso. Quindi all’indomani della vittoria del No, bisogna mettere le mani nell’articolo 138 e nella legge elettorale. Bisogna fare una nuova legge elettorale che ci dia un parlamento che abbia una sua propria fisionomia. Che si veda bene dall’esterno, non un parlamento farlocco.

Si tenterà di fare una assemblea costituente?

Sul 138?  Ma no, il 138 si può cambiare anche con una legge parlamentare. Se c’è un accordo condiviso sul metodo. poi si fa.

E Per la Lombardia? Cosa succede?

Se passa il si per la Lombardia è un disastro. Nella riforma viene trattata come la Calabria. Calabria per dire una regione dove il regionalismo non funziona. Si dà il caso che in Lombardia, in Veneto, in Emilia, in Toscana, in Piemonte, in Umbria, nelle Marche, in Liguria il regionalismo ha funzionato. Ha dato dei risultati significativi rispetto alla crescita e allo sviluppo della democrazia. Se dovesse passare il Si, per la Lombardia le cose si complicano. Significherebbe essere privati di una serie di risorse e di una serie di funzioni che saranno ricondotte allo stato centrale dove sicuramente non funzioneranno. L’esperienza degli ultimi 30 anni dimostra che la burocrazia romana che è una burocrazia di natura essenzialmente parassitaria.

Oggi ho un servizio che ha un rapporto virtuoso fra costo e qualità; se dovesse vincere il SI questa virtuosità sarebbe negata. Se vince il No c’è la possibilità di tutelare l’attuale assetto organizzativo e di pensare a qualcosa di più alto e significativo, come riforma. Certo, però bisogna prima mettere mano all’articolo 138.

Politicamente?

Se vince il No, il Presidente del Consiglio dovrebbe prenderne atto politicamente. Renzi ha rappresentato, secondo me in maniera molto impropria, la degenerazione di questa campagna referendaria. Quando si svolsero i lavori della Costituente, De Gasperi, che era  Presidente del Consiglio, impose ai suoi ministri di lasciare i banchi del parlamento vuoti. In Assemblea Costituente intervenne solo una volta: quando si trattava dei rapporti Stato Chiesa dell’allora art. 5 oggi art. 7 della Costituzione.

De Gasperi aveva questo rispetto nei confronti del parlamento, cioè del potere legislativo, che garantì il risultato della Costituzione repubblicana. E’ inaccettabile che, oggi, il presidente del Consiglio sia il principale sostenitore della riforma. E’ una riforma che non gli compete. Il presidente del consiglio deve stare alla finestra e osservare quello che succede. Non intervenire in prima persona. Si sta spendendo molto in questo momento anche per rimontare la china dei consensi e dei sondaggi. C’è una carica di aspettative così significativa che il presidente del consiglio non potrà far altro che prenderne atto all’indomani della tornata referendaria.

C’è un deficit democratico in questo momento?

Si, c’è un’oggettiva revoca dell’istituto democratico in questo momento e questa riforma. Oggi noi i senatori li votiamo e fino a ieri eleggevamo anche i presidenti e i consigli provinciali, ma le province sono diventate enti di secondo livello e non votiamo per le città metropolitane. La trasformazione istituzionale in organi di secondo livello a cominciare dal futuro Senato rappresenta davvero un vulnus per la democrazia, così come un vulnus per la democrazia è rappresentato dal rafforzamento dell’esecutivo, per effetto della compressione del legislativo e del giudiziario. Tutti i sistemi funzionano per pesi e contrappesi. Se viene verticalizzata la struttura del potere al centro, bisogna che, sul piano della periferia, siano decentrati tutti i poteri.

Pensi all’esperienza americana. L’elezione diretta del presidente in un sistema presidenziale puro verticalizza i poteri. Negli Stati Uniti c’è una verticalizzazione formidabile. Per contro abbiamo 52 stati autonomi e indipendenti. Il sistema funziona, perché da una parte verticalizza e dall’altra decentra. Qui, questa riforma costituzionale da un lato verticalizza la struttura del potere e dall’altro riconduce al centro una trentina di competenze regionali. E’ evidente che su una gamba sola il sistema politico non può reggersi e cadrà sicuramente.

Ilaria Maria Preti
Ilaria Maria Preti 2555 Articoli
Giornalista per metà milanese e per metà mantovana. Ho iniziato a scrivere da adolescente sul giornalino della parrocchia. Tra 1977 e il 1982 circa ho collaborato con una delle primissime televisioni private, Tvci, cosa che mi ha fatto entrare nella storia della televisione, quasi nella stessa linea temporale dei tirannosauri. Dal 2000 sono uno speaker di Radio Padania libera.