Gianfranco Fini: il colonello che voleva far il generale

gianfranco fini

In che modo sia finito nella destra forse non lo sa neppure lui; la tesi che va per la maggiore (un saggio su tutti: Luca Negri, DoppiFini, ed. Vallecchi, 2010) è che volesse entrare al cinema per vedere un film, Berretti Verdi, poco gradito ai militanti comunisti che avevano organizzato picchetti per impedire alla gente di entrare nelle sale e in diversi luoghi ci furono scontri tra fazioni opposte; pare che tra coloro i quali subirono questi atti, maldigerendoli, ci fosse anche Gianfranco Fini, nativo di Bologna, il cui nonno era amico di un fascista della prima ora, Italo Balbo, ma il cui padre era di tradizione comunista e si dichiarava comunista monarchico.

In politica subito da protagonista

gianfrancofini-324x288 Gianfranco Fini: il colonello che voleva far il generale Il mensile di Roberto Colombo Magazine Politica RITRATTI - olio su tela Come e dove avvenne la folgorazione politica è incerto mentre è sicuro che, per quasi un quarto di secolo, il nostro fu uno dei leader della destra italiana; dopo essere entrato nel Movimento Sociale e soprattutto nelle grazie di Giorgio Almirante, il 14 novembre 1987 Fini succede ad Almirante alla guida del Msi; durò solo un mandato perchè, nel gennaio 1990, all’assise seguente fu confitto da Pino Rauti ma bastò un insuccesso nelle elezioni regionali siciliane del giugno ’91 per “riaprire le danze” e mettere in discussione la segreteria: Rauti diede le dimissioni e al congresso del 5 luglio di quell’anno, Fini tornò alla guida del Movimento Sociale.

La destra: dal ghetto al governo

Il 1993 fu l’anno magico per le forze politiche all’opposizione di un sistema politico che non aveva più il consenso della gente; l’Msi beneficiò della voglia di cambiamento e alle amministrative divenne primo partito a Napoli, andando al ballottaggio anche a Roma, dove il nostro dovette vedersela con Francesco Rutelli; in entrambi i casi la vittoria finale andò allo schieramento dei progressisti, ma la Destra Nazionale era sdoganata agli occhi dell’opinione pubblica e il retaggio del fascismo veniva consegnato alla storia: l’immagine era di forza di governo.
Da registrare, il 23 novembre di quell’anno, l’uscita di Silvio Berlusconi, ai tempi “solo” presidente dell’emittente televisiva Fininvest (che con la Rai si contendeva la supremazia nei televisori degli italiani), il quale in una conferenza stampa a Casalecchio sul Reno (Bo) affermò che, se avesse votato a Roma, avrebbe appoggiato Fini per la corsa al Campidoglio.

Dal MSI ad AN

Da quell’annuncio “a sorpresa” alla nascita dell’alleanza che a partire dal 1994 governerà il Paese in alternanza con la sinistra, mancava solo un passaggio più formale che sostanziale: la cancellazione della Fiamma Tricolore dal simbolo. Questo passaggio avvenne il 22 gennaio 1993 a Roma, quando in una conferenza stampa Fini presentò Alleanza Nazionale, a cui aderirono l’Msi-Dn ma anche ex esponenti della Democrazia Cristiana come Publio Fiori e Gustavo Selva nonchè esponenti minori dell’allora pentapartito (Dc, Psi, Psdi, Pli e Repubblicani); nome e simbolo furono sulla scheda elettorale già per le elezioni politiche del 27 marzo mentre il congresso costitutivo di An si svolse un anno più tardi nel Lazio, a Fiuggi, in provincia di Frosinone.

Il progetto politico di Berlusconi, nel frattempo diventato leader del partito politico Forza Italia, era di unificare il centrodestra e infatti, oltre ad Alleanza Nazionale, alleati di ferro erano i partiti cattolici di Pierferdinando Casini e Rocco Buttiglione; in funzione non organica era presente anche la Lega Nord guidata da Umberto Bossi; la costituita alleanza, con nome di volta in volta diverso (Polo delle Libertà, Casa delle Libertà, Popolo della Libertà) guidò il governo del Paese dal 1994 al ’96, dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011; durante questi mandati, Fini ricoprì vari ministeri di peso e nel 2008 venne eletto Presidente della Camera.

La rottura con Berlusconi

Nel frattempo, nel 2009, An confluì insieme a Forza Italia ed altri partiti minori nel Pdl ma nella primavera del 2010 qualcosa si rompe sul piano personale tra Fini e Berlusconi; in un’accesa assemblea pubblica del Pdl in diretta tv, Fini viene allontanato dal partito e ne fonda uno suo, “Futuro e Libertà”. Sebbene la sigla “Fli” nelle urne non abbia mai superato il 2%, tuttavia la mossa politica di Fini fece perdere al centrodestra la maggioranza parlamentare così che le cadute politiche di Berlusconi e Fini sono state parallele poichè l’indebolimento della maggioranza alla Camera è stato il punto di partenza per consentire la riuscita dell’attacco della procura milanese, che da tempo aveva il Cavaliere di Arcore nel mirino; la parziale bocciatura della Legge sul legittimo impedimento e la strada in salita per l’approvazione in sede parlamentare di analogo scudo processuale rese Berlusconi vulnerabile. Il destino dell’uomo di Arcore era segnato e portò alle dimissioni nel novembre 2011 perchè, se se avesse voluto proseguire alla guida del governo, sarebbe continuata la pubblicazione di intercettazioni e scandali anche di natura sessuale (si parlava di rapporti con minori) fino a far perdere al Cavaliere il suo ultimo scudo, forse il più efficace: i voti e il consenso popolare.

La sfida a Berlusconi

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Nel dicembre 2010, Fini ha perso la sua battaglia contro Berlusconi, parte del proprio gruppo alla Camera e la possibilità di far nascere un governo di cui Fli potesse fare parte. Fini lanciò infatti una sfida parlamentare a Berlusconi, scommettendo di avere i numeri per far perdere la maggioranza al centrodestra; se sbagliò lui a fare i calcoli o se fu più bravo Berlusconi a portare (inaspettatamente) deputati dalla sua parte, non si saprà mai ma i freddi verbali della Camera diranno che l’assalto dell’ex leader del Msi fallì e, perdendo quella battaglia, perse anche credibilità politica. Terminata quella legislatura, Fini non fu più rieletto e il suo percorso politico si interruppe; chissà se ogni tanto ripensa a quelle parole di Berlusconi il quale, nell’assemblea del Pdl in cui si è consumata la rottura, vedendo che lo strappo era inevitabile, chiese pubblicamente al cofondatore, Fini: “Vale la pena di rompere?”.

Roberto Colombo
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