IMU, IVA o…? Quale tassa?

Mi chiedo se gli italiani siano in condizione di riflettere sulla situazione critica dell’economia italiana, oppure si accontentano di sventolare la bandiera di questo o quel partito a seconda dell’onda mediatica di promesse dissennate.

IMU IMU, IVA o...? Quale tassa? Politica   %Post Title, %Image Name, %Post CategoryOggi il popolo del centro destra chiede la cancellazione e la restituzione dell’IMU. L’unica tassa in grado di colpire i grandi patrimoni esclusi dalla ricchezza vera del nostro Paese ormai poco incline alla crescita economica. Occorre, invece, rivedere gli estimi catastali e ricollocare in abitazioni di lusso molte di quelle accatastate come A3.
Nessuno, invece, contesta l’aumento di un punto percentuale dell’IVA che si abbatte su ogni famiglia già costretta a ridurre i consumi a causa dei redditi che vanno via via scemando di potere d’acquisto. L’aumento di un punto percentuale dell’IVA determinerà, invece, un aumento dei prezzi sui beni di consumo, che colpirà i redditi fissi dei lavoratori dipendenti, tassati molto più della rendita improduttiva, già ampiamente spolpati dai contratti bloccati che non consentono aumenti adeguati a coprire l’inflazione e, soprattutto, colpirà ulteriormente chi un lavoro l’ha perso e un reddito fisso non lo possiede affatto. Dimenticavo. Forse, solidarietà è una parola obsoleta.

Se l’IMU sarà rimodulata affinché chi attualmente paga, per esempio, meno di 500 euro all’anno, non sia più oberato da questa tassa sull’abitazione principale e i proprietari di abitazioni di lusso o di ulteriori fabbricati oltre a quella principale, invece, paghino una tassa progressivamente più alta in base al proprio reddito, trovo che sia una delle tasse più eque che oggi un governo possa imporre, oltre ad una tassa che dovrà colpire i beni mobili, che solo chi è ricco possiede.
Le amministrazioni locali sono ampiamente penalizzate dal patto di stabilità, dal dimezzamento del rimborso dell’IMU dall’Amministrazione centrale ai Comuni, i quali, a loro volta,  saranno costretti a colpire i cittadini con ulteriori balzelli e tagliare servizi erogati e utilizzati principalmente dai meno abbienti, per impolpare il loro bilancio.

tasse IMU, IVA o...? Quale tassa? Politica   %Post Title, %Image Name, %Post CategoryPerché l’attenzione del cittadino medio si accende sull’imposizione dell’IMU, che, mal che vada, colpisce con una spesa annua media di 200 euro chi possiede una abitazione e rimane indifferente sull’aumento dell’IVA che colpisce i consumatori fino a pesare su un basso reddito oltre 1000 euro l’anno? Cosa vuoi che sia un punto percentuale di aumento dell’IVA a fronte di un reddito annuo di centinaia di migliaia di euro di un dirigente, un manager, un benestante? Senza considerare che liberi professionisti, commercianti e imprenditori scaricano l’IVA dalle tasse, mentre questa tassa grava esclusivamente sul consumatore finale. Inoltre la maggior parte degli occupati, che ancora possiede un lavoro dipendente, vive con un reddito di gran lunga inferiore a ventimila euro nette l’anno, non occultabile e rosicchiato da balzelli di ogni tipo.
Nel frattempo si approvano leggi, che ingrassano le multinazionali farmaceutiche e ridimensionano, attraverso il taglio dei fondi sulla ricerca, la cura con cellule staminali, la cui applicazione clinica a costi accettabili consentirebbe di sconfiggere terribili malattie come il cancro e altre gravi patologie che attualmente vengono curate con farmaci costosissimi. Senza ammettere che, nella maggior parte dei casi, gli stessi farmaci creano effetti collaterali, i cui oneri gravano sulle ASL e di conseguenza sui cittadini, smantellando il diritto alla salute di chi è meno abbiente.

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Il governo Letta punta al riordino della pressione fiscale e qualche altro intervento di tutela del lavoro, ma l’impressione è quella di un governo, ma forse anche di un Paese, che ha deciso di rimuovere dalla discussione politica i problemi veri del Paese. E’ ora che si inizi a discutere al più presto di questi problemi, cioè di depressione, de-industrializzazione, assenza di investimenti, cosa che incide positivamente su tutti i cittadini.
Solo in questo modo sarà possibile discutere dell’abissale distanza dell’Italia dai Paesi che formano l’euro, e impostare una discussione seria su industria, bilancio, occupazione e giovani.
Il taglio della spesa pubblica deve essere fatto con ponderazione. Non qualsiasi spesa pubblica sta aiutando la disoccupazione giovanile. In realtà, l’aumento del debito pubblico può essere un fattore recessivo se si aumentano ulteriormente le tasse e se le nuove tasse pesano infine su redditi da lavoro, comprimendo il livello già molto basso dei consumi.

Oggi assistiamo a tagli che mettono in agonia la civiltà del nostro Paese e con essa un’intera popolazione. Il taglio della spesa pubblica sulla ricerca e sulla sanità incide sul diritto all’istruzione, al lavoro, alla salute, la privatizzazione dei trasporti pubblici, con i privati che peggiorano la mobilità per ottenere maggior profitto, incide profondamente sul diritto dei pendolari del nord e maggiormente su chi vive in aree fortemente depresse del territorio.

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Quali criteri deve seguire una revisione della spesa in Italia? Per rispondere a questa domanda, è necessario considerare che l’origine della crisi sta anche nel passaggio dalla moneta locale all’Euro, che ha prodotto molti vantaggi, ma anche molti problemi in alcuni paesi, in particolare i paesi del Mediterraneo, non pienamente consapevoli della fase di trasformazione che si stava avviando. Il passaggio da una moneta debole ad una  forte, da una svalutazione competitiva alla stabilità monetaria permanente ha comportato una drammatica perdita di competitività per il settore manifatturiero, spina dorsale dell’economia italiana, e di altre economie del Mediterraneo. È necessario agevolare il continuo cambiamento strutturale, fornendo strumenti per spostare le risorse dal declino della bassa tecnologia  ai settori ad alta tecnologia in espansione. Il denaro deve essere tagliato da alcuni settori parassiti dell’economia e concentrarsi sulla promozione dell’educazione, della ricerca e sviluppo e dell’innovazione. La politica industriale deve essere ripresa per spostare risorse e posti di lavoro dalla produzione tradizionale alla produzione ad alta tecnologia e compensativa della degradazione ambientale.

Inoltre dovrà essere fatta una riforma fiscale che imponga una pressione fiscale proporzionale sulla rendita improduttiva e ridurre progressivamente quella che grava sulle famiglie, sul lavoro dipendente, sulle piccole e medie imprese, controllando contemporaneamente la fuga dei capitali e combattendo con ogni mezzo la speculazione bancaria e borsistica.

L’incapacità della classe politica ad ammettere la scarsa attenzione esercitata dai governi degli ultimi vent’anni sulla politica economica italiana, che il Governo Monti non sia stato una parentesi ma qualcosa di molto più serio e profondo che ha inciso profondamente sulla stabilità economica e l’incapacità a non voler affrontare la questione europea che, così com’è, non lascia spazio a governi progressisti, è ancora un terreno rimosso dal dibattito della politica. Quest’incapacità, che non voglio considerare malafede determinata, continua ancora oggi a sfibrare il terreno della svolta recessiva, nonostante le sollecitazioni delle masse popolari, dei lavoratori e dei piccoli imprenditori. Quando Letta ammette che il quadro della finanza pubblica europeo deve essere accettato, qualsiasi possibilità di ricostruzione della struttura economica viene uccisa sul nascere. Se qualcuno pensa che dopo la parentesi Monti e Berlusconi si potrà tornare all’inizio della partita si sbaglia di grosso. La grande coalizione infatti è oramai un dato strutturale in tutta Europa, lo è nel Parlamento Europeo quando si votano i trattati, lo è in Italia, lo è in Grecia e probabilmente fra qualche mese lo sarà in Germania.

Sia chiaro, qui non è semplicemente in crisi soltanto la sinistra socialdemocratica, ancora più in crisi sono le sue varianti radicali e sindacali oramai incapaci di comprendere che l’unico sistema per ricostruire un’economia di sviluppo passa per la rottura con l’Europa monetaria e di questo, ultimamente, se ne sta facendo ampio dibattito in Spagna.
E’ impellente un ricambio di una parte della classe politica asservita alle banche e dell’altra parte politica in continuo conflitto di interesse, non solo, indifferente ai problemi del Paese, ma anche assassina dell’economia nazionale, che per venti anni non ha guardato al mondo imprenditoriale come promozione di ricchezza nazionale, ma ha prodotto leggi ad personam, per le quali gli interessi privati in istituti di diritto pubblico e nella finanza pubblica hanno costantemente violato la Costituzione nei suoi principi fondamentali, costruendo una legge elettorale che ha consentito l’ingresso in Parlamento di gregari che hanno promosso l’illegalità fino all’inverosimile e consentito la nomina al  governo di tecnici al servizio di Goldman Sachs e Rothschild.

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